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Full text of "Cavalleria rusticana ed altre novelle"

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VITA DEI CAMPI 



CAVALLERIA RUSTICANA. 



OPERE DI G. VERGA 



I Malavoglia. Terza edizione L. 3 5o 

Mastro-don Gesualdo. Terza edizione 5 — 

Storia di una capinera. Ottava edizione 2 — 

Eva. Ottava edizione 2 — 

77 marito di Elena. Terza edizione 1 — 

Eros. Quinta edizione 2 — 

Cavalleria rusticana (Vita dei campi). Sesta edizione. ... 3 — 

Tigre Reale. Quinta edizione 1 — 

Xovelle. Nuova edizione 2 x 

Per le vie. Nuove novelle. Seconda edizione ...... 3 5c 

I ricordi del capitano d'arce 2 5c 

DI prossima pubblicazione: 
Don Candeloro e C. 



V/ V33c 



VITA DEI CAMPI 



Cavalleria Rusticana 



ED ALTRE NOVELLE 



G. VERGA 



SESTA EDIZIONE. 





MILANO 

F R A T ELL1 TREVES, EDITORI 
1892. 



PROPRIETÀ LETTERARIA 

Riservati tutti i diritti. 



Tip. Fratelli Treves. 






CAVALLERIA RUSTICANA. 



Verga. Cavalleria rusticana. 



(D 

Tu riddu Mac ca^ il figlio della gnà Nunzia, come 
tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavo- 
neggiava in piazza coli' uniforme da bersagliere e 
il berretto rosso, che sembrava quello della buona 
ventura, quando mette su banco colla gabbia dei 

) rubavano cogli occhi, 
;a col naso dentro la man- 
cavano attorno come le 
to anche una pipa col re 
a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfa- 
nelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, 






4 CAVALLERIA RUSTICANA 

come se desse una pedata. Aia con tutto ciò Lola 
di massaro Angelo non si era fatta vedere ne alla 
messa, né sul ballatoio che si era fiuta sposa con 
uno di Licodia , il quale faceva il carrettiere e 
aveva quattro muli di Sonino in stalla. Dapprima 
Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva 
trargli fuori le budella dalla pancia, voleva trargli, 
a quel di Licodia! però non ne fece nulla, e si 
sfogò coll'andarc a cantare tutte le canzoni di sde- 
gno che sapeva sotto la finestra della bella. 

— Che non ha nulla da ftre Turiddu della gnà 
Nunzia, dicevano i vicini, che passa le notti a can- 
tare come una passera solitaria? 

Finalmente s' imbattè in Lola che tornava dal 
viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, 
non si fece né bianca né rossa quasi non fosse 
stato fatto suo. 

• - Beato chi vi vede ! le disse. 

— Oh, compare Turiddu, me 1' avevano detto 
che siete tornato al primo del mese. 

. — A me mi hanno detto delle altre cose an~ 



CAVALLERIA RUSTICANA. 5 

cora! rispose lui. Uìl e vero che vi maritate con 
compare Alfio, il carrettiere? 

— Se c'è la volontà di Dio! rispose Lola ti- 
randosi Sul mento le due cocche del fazzoletto. 

— La volontà di Dio la fate col tira e molla 
come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che 
dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste 
belle notizie, gnà Lola! 

Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, 
ma la voce gli si era fatta rocca; ed egli andava 
dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del 
berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. 
A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col 
viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo 
con belle parole. 

— Sentite, compare Turiddu , gli disse alfine , 
lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che di- 
rebbero in paese se mi vedessero con voi?... 

— È giusto, rispose Turiddu; ora che sposate 
compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, 
non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia ma- 






6 . CAVALLERIA RUSTICANA. 

dre invece, poveretta, la dovette vendere la no- 
stra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stra- 
done, nel tempo ch'ero soldato. Passò quel tempo 
che Berta filava , e voi non ci pensate più al 
tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cor- 
tile, e mi regalaste quel fazzoletto , prima d' an- 
darmene, che Dio sa quante lagrime ci ho pianto 
dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva 
persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà 
Lola, face-ma cimili ca chiappi e scampati, e. la no- 
stra aìmei^ia finlu. 

La giù Lola si maritò col carrettiere; e la do- 
menica si metteva sul ballatoio , colle mani sul 
ventre per far vedere tutti i grossi anelli d'oro 
che le aveva regalati suo marito. Turiddu segui- 
tava a passare e ripassare per la stradicciuola, colla 
pipa in bocca e le mani in tasca, in aria d'in- 
differenza , e occhieggiando le ragazze ; ma den- 
tro ci si rodeva che il marito di Lola avesse 
tutto quell'oro, e che ella fingesse di non ac- 
corgersi di lui quando passava. — Voglio far- 






CAVALLERIA RUSTICANA. 

gliela proprio sotto gli occhi a quella cagliacela! 
borbottava. 

Di faccia a compare Alfio ci stava massaro 
Cola, il vignaiuolo , il quale era ricco cóme un 
maiale , dicevano , e aveva una figliuola in casa. 
Turid du tanto disse e tanto fece che entrò cani- 
paro da massaro Cola, e cominciò a bazzicare* 
per la casa e a dire le paroline dolci alla ra- 



— Perchè non andate a dirle alla gnà Lola ste 
belle cose? rispondeva Santa. 

— La gnà Lola è una slgnorona! La gnà Lok 
ha sposato un re di corona, orai 

— Io non me li merito i re di corona. 

— Voi ne valete cento delie Loie , e conosco 
uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo 
santo, quando ci siete voi, che la gnà Lola, non 
è degna di portarvi le scarpe, non è degna. 

— La volpe quando all' uva non ci potè arri- 
vare.... 

— Disse: come sei bella, racinedda mia! 



8 CAVALLERIA RUSTICANA. 

— Ohe! quelle mani, compare Turiddu. 

— Avete paura che vi mangi? 

— Paura non ho né di voi, né del vostro Dio. 

— Eh! vostra madre era di Licodia , lo sap- 
piamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi man- 
gerei cogli occhi! 

— Mangiatemi pure cogli occhi , che briciole 
non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio^ 

— Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei! 
Ella , per non farsi rossa , gli tirò un ceppo 

che aveva sottomano , e non lo colse per mi- 
racolo. 

— Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affa- 
stellano sarmenti. 

— Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie 
come voi gnà, Santa. 

— Io non sposerò un re di corona come la gnà 
Lola, ma la mia dote ce l'ho anch' io , quando il 
Signore mi manderà qualcheduno. 

— Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo ! 

— Se lo sapete allora spicciatevi, che il babbo 




CAVALLERIA RUSTICANA. 9 

sta per venire , e non vorrei farmi trovare nel 
cortile. 

Il babbo cominciava a torcere il muso , ma la 
ragazza fìngeva di non accorgersi, poiché la nappa. 
del berretto del bersagliere gli aveva fatto il sol- 
letico dentro il cuore, e le ballava sempre dinanzi 
gli occhi. Come il babbo mise Turiddu fuori del- 
l'uscio, la figliuola gli aprì la finestra, e stava a 
chiacchierare con lui tutta la sera, che tutto il vi- 
cinato non parlava d'altro. 

— Per te impazzisco, diceva Turiddu, e perdo 
il sonno e l'appetito. 

— Chiacchiere. 

— Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele 
per sposarti! 

— Chiacchiere. 

— Per la Madonna che ti mangerei come il 
pane ! 

— Chiacchiere! 

— Ah! sull'onor mio! 

— Ah! mamma mia! 






IO CAVALLERIA RUSTICANA. 

Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il 
vaso di basilico, e si faceva pallida e rossa , un 
giorno chiamò Turiddu. 

— E così, compare Turiddu , gli amici vecchi 
non si salutano più? 

— Ma ! sospirò il giovinetto, beato chi può sa- 
lutarvi ! 

— Se avete intenzione di salutarmi , lo sapete 
dove sto di casa! rispose Lola. 

Turiddu tornò a salutarla cosi spesso che Santa 
se ne avvide, e gli battè la finestra sul muso. I 
vicini se lo mostravano con un sorriso, o con uri 
moto del capo, quando passava il bersagliere. Il 
marito di Lola era in giro per le fiere con le sue 
mule. 

— Domenica voglio andare a confessarmi, che 
stanotte ho sognato dell'uva nera, disse Lola. 

— Lascia stare! lascia stare! supplicava Turiddu. 

— No, ora che s'avvicina la Pasqua, mio ma- 
rito lo vorrebbe sapere il perchè non sono andata 
a confessarmi. 



CAVALLERIA RUSTICANA. II 

— Ah! mormorava Santa di massaro Cola, 
aspettando ginocchioni il suo turno dinanzi al con- 
fessionario dove Lola stava facendo il bucato dei 
suoi peccati. Sull'anima mia non voglio mandarti 
a Roma per la penitenza! 

Compare Alfio- tornò colle sue mule, carico di 
soldonj, e portò in regalo alla moglie una bella 
veste nuova per le feste. 

— Avete ragione di portarle dei regali, gli disse 
la vicina Santa, perchè mentre voi siete via vo- 
stra moglie vi adorna la casa! 

Compare Alfio era di quei carrettieri che por- 
tano il berretto sull'orecchio, e a sentir parlare in 
tal modo di sua moglie cambiò di colore come se 
l'avessero accoltellato. — Santo diavolone ! esclamò, 
se non avete visto bene, non vi lascierò gli occhi 
per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado! 

— Non son usa a piangere! rispose Santa; non 
ho pianto nemmeno quando ho visto con questi 
occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte 
in casa di vostra moglie. 



12 CAVALLERIA RUSTICANA. 

— Va bene , rispose compare Alfio , grazie 
tante. 

Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non 
bazzicava più di giorno per la stradicciuola , e 
smaltiva l'uggia all'osteria, cogli amici ; e la vigi- 
lia di Pasqua avevano sul desco un piatto di sal- 
siccia. Come entrò compare Alfio , soltanto dal 
modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu 
comprese che era venuto per quell'affare e posò 
la forchetta sul piatto. 

— Avete comandi da darmi, compare Alfio? gli 
disse. 

— Nessuna preghiera, compare Turiddu, era 
un pezzo che non vi vedevo, e voleva parlarvi di 
quella cosa che sapete voi. 

Turiddu da prima gli aveva presentato il bic- 
chiere, ma compare Alfio lo scansò colla mano. 
Allora Turiddu si alzò e gli disse: 

— Son qui, compar Alfio. 

Il carrettiere gli buttò le braccia al collo. 

— Se domattina volete venire nei fichidindia 






CAVALLERIA RUSTICANA, l3 

della Canziria potremo parlare di quell' affare , 
compare. 

— Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del 
sole, e ci andremo insieme. 

Con queste parole si scambiarono il bacio della 
sfida. Turiddu strinse fra i denti V orecchio del 
carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non 
mancare. 

Gli amici avevano lasciato la salciccia zitti 
zitti, e accompagnarono Turiddu sino a casa. La 
gnà Nunzia , poveretta, l'aspettava sin tardi ogni 
sera. 

— Mamma , le disse Turiddu , vi rammentate 
quando sono andato soldato , che credevate non 
avessi a tornar più? Datemi un bel bacio come 
allora, perchè domattina andrò lontano. 

Prima di giorno si prese il suo coltello a molla, 
che aveva nascosto sotto il fieno quando era an- 
dato coscritto, e si mise in cammino pei fichidin- 
dia della Canziria. 

— Oh! Gesummaria! dove andate con quella 



14 CAVALLERIA RUSTICANA. 

furia? piagnucolava Lola sgomenta, mentre suo 
marito stava per uscire. 

— Vado qui vicino, rispose compar Alfio , ma 
per te sarebbe meglio che io non tornassi più. 

Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto e si 
stringeva sulle labbra il rosario che le aveva por- 
tato fra Bernardino dai Luoghi Santi , e recitava 
tutte le avemarie che potevano capirvi. 

— Compare Alfio, cominciò Turiddu dopo che 
ebbe fatto un pezzo di strada accanto al suo com- 
pagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli 
occhi. Come è vero Iddio so che ho torto e mi 
lascierei ammazzare. Ma prima di venir qui ho vi- 
sto la mia vecchia che si era alzata per vedermi 
partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi 
il cuore le parlasse, e quant'è vero Iddio vi am- 
mazzerò come un cane per non far piangere la 
mia vecchierella. 

— Così va bene , rispose compare Alfio , spo- 
gliandosi del farsetto , e picchieremo sodo tut- 
t'e due. 







CAVALLERIA RUSTICANA. l5 

Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò 
la prima botta, e fu a tempo a prenderla nel 
braccio; come la rese, la rese buona, e tirò al- 
l'anguinaia. 

— Ah! compare Turiddu! avete proprio inten- 
zione di ammazzarmi! 

— Sì, ve i'ho detto; ora che ho visto la mia 
vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre di- 
nanzi agli occhi. 

— Apriteli bene, gli occhi! gli gridò compar 
Alfio, che sto per rendervi la buona misura. 

Come egli stava in guardia tutto raccolto per 
tenersi la sinistra sulla ferita, che gli doleva, e 
quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò ra- 
pidamente una manata di polvere e la gettò negli 
occhi dell'avversario. 

— Ah! urlò Turiddu accecato, son morto. 

Ei cercava di salvarsi facendo salti disperati al- 
l'indietro; ma compar Alfio lo raggiunse con un'al- 
tra botta nello stomaco e una terza nella gola. 

— E tre ! questa è per la casa che tu m' hai 






l6 CAVALLERIA RUSTICANA. 

adornato. Ora tua madre lascierà stare le gal- 
line. 

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di Là fra i 
fichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue 
gli gorgogliava spumeggiando nella gola , e non 
potè profferire nemmeno: — Ah! mamma mia! 










LA LUPA 



Verga. Cavalleria rusticana, 




Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo 
e vigoroso da bruna e purenon erapiù giovane; 
era pallida come se avesse sempre addosso la ma- 
laria , e su quel pallore due occhi grandi così, 
e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. 

Al villaggio la chiamavano la Lupa perchè non 
era sazia giammai — di nulla. Le donne si face- 
vano la croce quando la vedevano passare , sola 
come una cagnaccia, con queir andare randagio e 
sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i 
loro figliuoli e i loro mariti in un batter d'occhio, 






20 LA LUPA. 

con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla 
gonnella solamente a guardarli con quegli occhi 
da satanasso, fossero stati davanti all'altare di Santa 
Agrippina. Per fortuna la Lupa non veniva mai 
in chiesa né a Pasqua, né a Natale, né per ascol- 
tar messa, né per confessarsi. — Padre Angiolino 
di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio , 
aveva persa l'anima per lei. 

Maricchia , poveretta , buona e brava ragazza , 
piangeva di nascosto, perché era figlia delia Lupa, 
e nessuno 1' avrebbe tolta in moglie , sebbene ci 
avesse la sua bella roba nel cassettone , e la sua 
buona terra al sole , come ogni altra ragazza del 
villaggio. 

Una volta la Lupa si innamorò di un bel ra- 
gazzo che era tornato da soldato , e mieteva il 
fieno con lei nelle chiuse del notaro, ma proprio 
quello che si dice innamorarsi, sentirsene ardere 
le carni sotto al fustagno del corpetto, e provare, 
fissandolo negli occhi, la sete che si ha nelle ore 
calde di giugno, in fondo alla pianura. Ma colui se- 







LA LUPA. 2I 

guitava a mietere tranquillamente col naso sui mani- 
poli, e le diceva: — O che avete, gnà Pina? Nei 
campi immensi, dove scoppiettava soltanto il volo dei 
grilli, quando il sole batteva a piombo, la Lupa, af- 
fastellava manipoli su manipoli, e covoni su covoni, 
senza stancarsi mai, senza rizzarsi un momento sulla 
vita, senza accostare le labbra al fiasco, pur di 
stare sempre alle calcagna di Nanni, che mieteva 
e mieteva, e le domandava di quando in quando: 
— Che volete, gnà Pina? 

Una sera ella glielo disse , mentre gli uomini 
sonnecchiavano nell'aia, stanchi dalla lunga gior- 
nata , ed i cani uggiolavano per la vasta campa- 
gna nera: — Te voglio! Te che sei bello come 
il sole, e dolce come il miele. Voglio te! 

— Ed io invece voglio vostra figlia, che è vi- 
tella, rispose Nanni ridendo. 

La Lupa si cacciò le mani nei capelli, grattan- 
dosi le tempie senza dir parola, e se ne andò, nò 
più comparve nell'aia. Ma in ottobre rivide Nanni, 
al tempo che cavavano l'olio, perchè egli lavorava 



22 LA LUPA. 

accanto alla sua casa, e lo scricchiolio del torchio 
non la faceva dormire tutta notte. 

— , Prendi il sacco delle ulive, disse alla figliuola, 
e vieni con me. 

Nanni spingeva colla pala le ulive sotto la ma- 
cina, e gridava Ohi! alla mula perchè non si ar- 
restasse. — La vuoi mia figlia Maricchia ? gli 
domandò la gnà Pina. — Cosa gli date a vostra 
figlia Maricchia? rispose Nanni. — Essa ha la 
roba di suo padre, e dippiù io le dò la mia casa ; 
a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio 
nella cucina, per stendervi un po' di pagliericcio. 
— Se è cosi se ne può parlare a Natale , disse 
Nanni. — Nanni era tutto unto e sudicio del- 
l'olio e delle ulive messe a fermentare, e Maric- 
chia non lo voleva a nessun patto; ma sua madre 
l'afferrò pe' capelli, davanti al focolare, e le disse 
co' denti stretti : — Se non lo pigli ti am- 
mazzo ! 

La Lupa era quasi malata, e la gente andava di- 
cendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita. 







LA LUPA. 23 

Non andava più in qua e in Là; non si metteva più 
sull'uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo ge- 
nero, quando ella glieli piantava in faccia quegli oc- 
chi, si metteva a ridere, e cavava fuori l'abitino della 
Madonna per segnarsi. Maricchia stava in casa ad 
allattare i figliuoli, e sua madre andava nei campi, 
a lavorare cogli uomini, proprio come un uomo, 
a sarchiare, a zappare, a governare le bestie , a 
potare le viti , fosse stato greco e levante di gen- 
naio, oppure scirocco di agosto, allorquando i muli 
lasciavano cader la testa penzoloni, e gli uomini 
dormivano bocconi a ridosso del muro a tramon- 
tana. /// quell'ora fra vespero e nona, in cui non 
ne va in volta femmina buona, la gnà Pina era la 
sola anima viva che si vedesse errare per la cam- 
pagna, sui sassi infuocati delle viottole, fra le stop- 
pie riarse dei campi immensi , che si perdevano 
nell'afa, lontan lontano, verso l'Etna nebbioso, dove 
il cielo si aggravava sull'orizzonte. 

— Svegliati! disse la Lupa a Nanni che dor- 
miva nel fosso, accanto alla siepe polverosa , col 



2 4 LA LUPA. 

capo fra le braccia. Svegliati, che ti ho portato il 
vino per rinfrescarti la gola. 

Nanni spalancò gli occhi imbambolati , fra ve- 
glia e sonno , trovandosela dinanzi ritta, pallida , 
col petto prepotente , e gli occhi neri come il 
carbone, e stese brancolando le mani. 

— No ! non ne va in volta femmina buona nel- 
l'ora fra vespero e nona! singhiozzava Nanni, ri- 
cacciando la faccia contro l'erba secca del fossato, 
in fondo in fondo, colle unghie nei capelli. — 
Andatevene! Andatevene! non ci venite più nel- 
r aia ! 

Ella se ne andava infitti, la Lupa, riannodando 
le trecce superbe, guardando fisso dinanzi ai suoi 
passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come 
il carbone. 

Ma nell'aia ci tornò delle altre volte, e Nanni 
non le disse nulla; e quando tardava a venire, 
nell'ora fra vespero e nona, egli andava ad aspet- 
tarla in cima alla viottola bianca e deserta, col su- 
dore sulla fronte; — e dopo si cacciava le mani nei 







LA LUPA. 25 

capelli, e le ripeteva ogni volta: Andatevene! an- 
datevene! Non ci tornate più nell'aia! — Maricchin 
piangeva notte e giorno, e alla madre le piantava 
in faccia gli occhi ardenti di lagrime e di gelosia, 
come una lupacchiotta anch'essa, quando la vedeva 
tornare da' campi pallida e muta ogni volta. — 
Scellerata! le diceva. Mamma scellerata! 

— Taci! 

— Ladra! ladra! 

— Taci! 

— Andrò dal brigadiere, andrò! 

— Vacci! 

E ci andò davvero, coi figli in colio, senza te- 
mere di nulla, e senza versare una lagrima, come 
una pazza, perchè adesso l'amava anche lei quel 
marito che le avevano dato per forza, unto e su- 
dicio dalle ulive messe a fermentare. 

Il "brigadiere fece chiamare Nanni, e lo minac- 
ciò della galera, e della forca. Nanni si diede a 
singhiozzare ed a strapparsi i capelli; non negò 
nulla, non tentò scolparsi. — È la tentazione! di- 






20 LA LUPA. 

ceva; è la tentazione dell'inferno! si buttò ai piedi 
del brigadiere supplicandolo di mandarlo in galera. 

— Per carità , signor brigadiere , levatemi da 
questo inferno! fatemi ammazzare, mandatemi in 
prigione ; non me la lasciate veder più , mai ! 
mai ! 

— No! rispose però la Lupa al brigadiere. Io 
mi son riserbato un cantuccio della cucina per dor- 
mirvi, quando gli ho data la mia casa in dote. La 
casa è mia. Non voglio andarmene! 

Poco dopo, Nanni s'ebbe nel petto un calcio dal 
mulo e fu per morire; ma il parroco ricusò di 
portargli il Signore se la Lupa non usciva di casa. 
La Lupa se ne andò, e suo genero allora si potè 
preparare ad andarsene anche lui da buon cristiano • 
si confessò e comunicò con tali segni di penti- 
mento e di contrizione che tutti i vicini e i cu- 
riosi piangevano davanti al letto del moribondo. 
E meglio sarebbe stato per lui che fosse morto 
in quel tempo, prima che il diavolo tornasse a 
tentarlo e a fìccarglisi nell'anima e nel corpo quando 









LA LUPA. 27 

fu guarito. — Laciatemi stare! diceva alla Lupa; 
per carità, lasciatemi in pace! Io ho visto la morte 
cogli occhi! La povera Maricchia non fa che di- 
sperarsi. Ora tutto il paese lo sa! Quando non 
vi vedo è meglio per voi e per me. . . . 

Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non 
vedere quelli della Lupa, che quando gli si ficca- 
vano ne' suoi gli facevano perdere l'anima ed il 
corpo. Non sapeva più che fare per svincolarsi 
dall' incantesimo. Pagò delle messe alle anime 
del Purgatorio e andò a chiedere aiuto al parroco 
e al brigadiere. A Pasqua andò a confessarsi , e 
fece pubblicamente sei palmi di lingua a strasci- 
coni sui ciottoli del sacrato innanzi alla chiesa, in 
penitenza, e poi, come la Lupa tornava a ten- 
tarlo : 

— Sentite! le disse, non ci venite più nell'aia, 
perchè se tornate a cercarmi , coni' è vero Iddio, 
vi ammazzo! 

— Ammazzami, rispose la Lupa, che non me 
ne importa; ma senza di te non voglio starci. 






23 LA LUPA. 

Ei come la scorse da lontano, in mezzo a' se- 
minati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a 
staccare la scure dall'olmo. La Lupa lo vide ve- 
nire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava 
al sole, e non si arretrò di un sol passo , non 
chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con 
le mani piene di manipoli di papaveri rossi , e, 
mangiandoselo con gli occhi neri. — Ah! malanno 
all'anima vostra! balbettò Nanni. 










FANTASTICHERIE. 







Una volta, mentre il treno passava vicino ad 
Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del va- 
gone, esclamaste: « Vorrei starci un mese laggiù! » 

Noi vi ritornammo e vi passammo non un mese, 
ma quarantott'ore; i terrazzani che spalancavano 
gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno cre- 
duto che ci sareste rimasta un par d'anni. La mat- 
tina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente 
del verde e dell'azzurro, e di contare i carri che 
passavano per via, eravate alla stazione, e gingil- 
landovi impaziente colla catenella della vostra boc- 
cettina da odore, allungavate il collo per scorgere 



32 FANTASTICHERIA. 

un convoglio che non spuntava mai. In quelle 
quarantotti' ore facemmo tutto ciò che si può fare 
ad Aci-Trezza: passeggiammo nella polvere della 
strada e ci arrampicammo sugli scogli; col pre- 
testo d' imparare a remare vi faceste sotto il guanto 
delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul 
mare una notte romanticissima, gettando le reti 
tanto per far qualche cosa che a' barcaiuoli potesse 
parer meritevole di buscare dei reumatismi; e l'alba 
ci sorprese nell'alto del farigìione, un'alba mode- 
sta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, 
striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un 
verde cupo; raccolta come una carezza su quel 
gruppetto di casuccie che dormivano quasi raggo- 
mitolate sulla riva, e in cima allo scoglio, sul cielo 
trasparente e profondo, si stampava netta la vo- 
stra figurina, colle linee sapienti che ci metteva la 
vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci 
mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio che 
sembrava fitto apposta per intonare coi colori del- 
l'alba. — Un bel quadretto davvero! e si indovi- 






FANTASTICHERIA. 33 

nava che lo sapevate anche voi dal modo col quale 
vi modellavate nel vostro scialletto, e sorridevate 
coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello 
strano spettacolo, e a quell'altra stranezza di tro- 
varvici anche voi presente. Che cosa avveniva 
nella vostra testolina mentre contemplavate il sole 
nascente ? Gli domandavate forse in qual altro 
emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste 
soltanto ingenuamente: « Non capisco come si 
possa viver qui tutta la vita. » 

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non 
sembri: basta non possedere centomila lire di en- 
trata, prima di tutto; e in compenso patire un po' di 
tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, inca- 
stonati neir azzurro, che vi facevano batter le mani 
per ammirazione. Così poco basta perchè quei po- 
veri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella 
barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate 
e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano 
avessero il mal di mare anch'esse, tutto ciò che vi 
affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli. 

Verga. Cavalletta rusticana. 3 






34 FANTASTICHERIA. 

E una cosa singolare; ma forse non è male che 
sia così — per voi, e per tutti gli altri come voi. 
Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori; 
« gente di mare », dicon essi, come altri direbbe 
« gente di toga », i quali hanno la pelle più dura 
del pane che mangiano, quando ne mangiano, giac- 
che il mare non è sempre gentile, come allora che 
baciava i vostri guanti.... Nelle sue giornate nere, 
in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di 
stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, 
o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non 
ha desinato; in quei giorni c'è folla sull'uscio 
dell'osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta 
del banco, e i monelli che pullulano nel paese, 
come se la miseria fosse un buon ingrasso, stril- 
lano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in 
corpo. 

Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, 
la burrasca, vengono a dare una buona spazzata 
in quel brulicame, il quale si crederebbe che non 
dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e 




FANTASTICHERIA. 35 

scomparire ; eppure ripullula sempre nello stesso 
luogo ; non so dirvi come, né perchè. 

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di au- 
tunno, a sbaragliare un esercito di formiche trac- 
ciando sbadatamente il nome del vostro ultimo 
ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle 
povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera 
de) vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma 
tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di 
viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperata- 
mente al loro monticello bruno. Voi non ci tor- 
nereste davvero, e nemmen io; ma per poter com- 
prendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti 
eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere 
tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col mi- 
croscopio le piccole cause che fanno battere i pic- 
coli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, 
a cotesta lente, voi che guardate la vita dall'altro 
lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, 
e perciò forse vi divertirà. 

Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? 






FANTASTICHI- RIA. 

e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. 
Perchè? à qaoi boni come dite voi. Che cosa po- 
trà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per 
chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant' è, mi 
son rammentato del vostro capriccio un giorno 
che ho rivisto quella povera donna cui solevate 
far l'elemosina col pretesto di comperar le sue 
arancie messe in fila sul panehettino dinanzi al- 
l'uscio. Ora il panehettino non c'è più; hanno ta- 
gliato il nespolo del cortile, e la casa ha una fine- 
stra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava 
un po' più in là a stender la mano ai carrettieri, 
accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano 
il vecchio posto della guardia nazionale; ed io gi- 
rellando, col sigaro in bocca, ho pensato che an- 
che lei, così povera coni' è, vi avea vista passare, 
bianca e superba. 

Non andate in collera se mi son rammentato di 
voi in tal modo a questo proposito. Oltre i lieti 
ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri, 
vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so 







FANTASTICHERIA. 3^ 

più dove; forse alcuni son ricordi di sogni fatti 
ad occhi aperti; e nel guazzabuglio che facevano 
nella mia mente, mentre io passava per quella 
viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, 
la mantellina di quella donnicciola freddolosa, ac- 
coccolata, poneva un non so che di triste e mi fa- 
ceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino dell'a- 
dulazione che getta ai vostri piedi il giornale di 
moda, [citandovi spesso in capo alla cronaca ele- 
gante — sazia così da inventare il capriccio di 
vedere il vostro nome sulle pagine di un libro. 

Quando scriverò il libro, forse non ci penserete 
più; intanto i ricordi che vi mando, così lontani 
da voi in ogni senso, da voi inebbriata di feste e 
di fiori, vi faranno l'effetto di una brezza deliziosa, 
in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno car- 
nevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pur 
ci ritornerete, e siederemo accanto un'altra volta, 
a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, 
parleremo forse di quelle altre ebbrezze che ha la 
vita altrove. Potete anche immaginare che il mio 



38 FANTASTICHERIA. 

pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato 
del mondo, perchè il vostro piede vi si è posato, 
— o per distogliere i miei occhi dal luccichio che 
vi segue dappertutto, sia di gemme o di febbri — 
oppure perchè vi ho cercata inutilmente per tutti 
i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che 
siete sempre al primo posto, qui come al teatro. 

Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava 
al timone della nostra barca? Voi gli dovete que- 
sto tributo di riconoscenza perchè egli vi ha im- 
pedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze 
azzurre. Ora è morto laggiù all' ospedale delia città, 
il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, 
fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, 
servito dalle bianche mani delle suore di carità, 
le quali non avevano altro difetto che di non sa- 
per capire i meschini guai che il poveretto bia- 
scicava nel suo dialetto semibarbaro. 

Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa egli 
avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero vi- 
cino al focolare, dove tanti anni era stata la sua 







FAN'TASTICHERIA. 3 9 

cuccia a sotto le sue tegole », tanto che quando 
io portarono via piangeva guaiolando, come fanno 
i vecchi. Egli era vissuto sempre fra quei quat- 
tro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore 
col quale dovè lottare ogni giorno per trarre da 
esso tanto da campare la vita e non lasciargli le 
ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva 
cheto cheto la sua « occhiata di sole » accocco- 
lato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le 
braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, 
ed avreste cercato invano in quelli occhi attoniti 
il riflesso più superbo della vostra bellezza; come 
quando tante fronti altere s'inchinano a farvi ala 
nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi 
invidiosi delle vostre migliori amiche. 

La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauri- 
bile varietà; e voi potete godervi senza scrupoli 
quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a 
modo vostro. Quella ragazza, per esempio, che 
faceva capolino dietro i vasi di basilico, quando 
il fruscio della vostra veste metteva in rivoluzione 



4° FANTASTICI! IRTA. 

la viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla 
finestra di faccia, sorrideva come se fosse stata ve- 
stita di seta anch'essa. Chi sa quali povere gioie 
sognava su quel davanzale, dietro quel basilico 
odoroso, cogli occhi intemi in quell'altra casa co- 
ronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi 
non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là, 
nella città grande, lontana dai sassi che l'avevano 
vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non 
fosse morto all' ospedale, e suo padre non si fosse 
annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dis- 
persa da un colpo di vento che vi avea soffiato sopra 
— un colpo di vento funesto, che avea traspor- 
tato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di Pan- 
telleria: « nei guai! » come dicono laggiù. 

Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a 
Lissa l'uno, il più grande, quello che vi sembrava 
un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, 
e illuminato bruscamente dalla fiamma dell' ellera. 
Grande e grosso com'era, si faceva di brace an- 
ch' esso se gli fissavate in volto i vostri occhi ar- 










FANTASTICI! PRIA. 41 

diti; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla 
verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in 
alto il berretto, e salutando un'ultima volta la ban- 
diera col suo maschio e selvaggio grido d'isolano. 
L'altro, quell'uomo che sull'isolotto non osava 
toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai 
conigli nel quale v'eravate impigliata da stordita 
che siete, si perde in una fosca notte d'inverno, 
solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca 
e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, an- 
dando di qua e di là come pazzi, c'erano sessanta 
miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste 
potuto immaginare di qual disperato e tetro co- 
raggio fosse capace per lottare contro tal morte 
quell' uomo che lasciavasi intimidire dal capola- 
voro del vostro calzolaio. 

Meglio per loro che son morti, e non « man- 
giano il pane del re, » come quel poveretto che 
è rimasto a Pantelleria, e quell'altro pane che 
mangia la sorella, e non vanno attorno come la 
donna delle arancie, a viver della grazia di Dio; 



42 FANTASTICHERIA. 

una grazia assai magra ad Ari-Trezza. Quelli al- 
meno non hanno più bisogno di nulla! Lo disse 
anche il ragazzo dell'ostessa, l'ultima volta che 
andò all'ospedale per chieder del vecchio e portar- 
gli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son 
così buone a succiare per chi non ha più denti, e 
trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, 
e sgattaiolando nella corte andò a piantarsi di- 
nanzi a una porta tutta brandelli di cartaccie, sbir- 
ciando dal buco della chiave una gran sala vuota, 
sonora e fredda anche di estate, e l'estremità di 
una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un 
lenzuolo, greve e rigido. E dicendo che quelli là 
almeno non avevano più bisogno di nulla, si mise 
a succiare ad una ad una le chiocciole che non 
servivano più, per passare il tempo. Voi, strin- 
gendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi 
rammenterete con piacere che gli avete dato cento 
lire al povero vecchio. 

Ora rimangono quei monellucci che vi scorta- 
vano come sciacalli e assediavano le arancie: ri- 







FANTASTICHERIA. 43 

nun^ono a ronzare attorno alla mendica, a bran- 
cicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, 
a raccattar torsi di cavolo, buccie d' arancie e moz- 
ziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano 
cadere per via ma che pure devono avere ancora 
qualche valore, perchè e è della povera gente che 
ci campa su; ci campa anzi così bene che quei 
pezzentelii paffuti e affamati cresceranno in mezzo 
al fango e alla polvere della strada, e si faranno 
grandi e grossi come il loro babbo e come il loro 
nonno, e popoleranno Aci-Trezza di altri pezzen- 
telii, i quali tireranno allegramente la vita coi 
denti più a lungo che potranno, come il vecchio 
nonno, senza desiderare altro; e se vorranno fare 
qualche cosa diversamente da lui, sarà di chiudere 
gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del 
medico del paese che viene tutti i giorni sull'asi- 
nelio, come Gesù, ad aiutare la buona gente che 
se ne va. 

— Insomma l'ideale dell'ostrica! direte voi. — 
Proprio l'ideale dell'ostrica, e noi non abbiamo 









44 FANTASTICHERIA. 

altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non 
esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace at- 
taccamento di quella povera gente allo scoglio sul 
quale la fortuna li ha lasciati cadere mentre seminava 
principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione 
coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione 
della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla 
casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — 
forse pel quarto d'ora — cose seriissime e rispet- 
tabilissime anch'esse. Panni che le irrequietudini 
del pensiero vagabondo s'addormenterebbero dol- 
cemente nella pace serena di quei sentimenti miti, 
semplici, che si succedono calmi e inalterati di ge- 
nerazione in generazione. — Panni che potrei ve- 
dervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col 
tintinnìo allegro dei loro linimenti e salutarvi tran- 
quillamente. 

Forse perchè ho troppo cercato di scorgere en- 
tro al turbine che vi circonda e vi segue, mi è 
parso ora di leggere una fatale necessità nelle te- 
naci affezioni dei deboli, nell'istinto che hanno i 







FANTASTICHERIA. 4 5 

piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tem- 
peste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma 
modesto e ignoto che deve aver sgominati gli at- 
tori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma 
che qualche volta forse vi racconterò e di cui panni 
tutto il nodo debba consistere in ciò: — che al- 
lorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più 
incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi 
dal gruppo per vaghezza dell' ignoto, o per brama 
di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, 
il mondo da pesce vorace coni' è, se lo ingoiò , e 
i suoi più prossimi con lui. — E sotto questo aspetto 
vedete che il dramma non manca d'interesse. Pel- 
le ostriche l'argomento più interessante deve es- 
ser quello che tratta delle insidie del gambero, o 
del coltello del palombaro che le stacca dallo 
scoglio. 







JELI IL PASTORE. 







Jeli, il guardiano di cavalli, aveva tredici anni 
quando conobbe don Alfonso, il signorino; ma 
era così piccolo che non arrivava alla pancia della 
Bianca, la vecchia giumenta che portava il cam- 
pamaccio della mandra. Lo si vedeva sempre di qua 
e di là, pei monti e nella pianura, dove pascolavano 
le sue bestie, ritto ed immobile su qualche greppo, 
o accoccolato su di un gran sasso. Il suo amico 
don Alfonso , mentre era in villeggiatura, andava 
a trovarlo tutti i giorni che Dio mandava a Te- 
bidi, e divideva con lui il suo pezzetto di cioc- 
colata, e il pane d'orzo del pastorello, e le frutta 

Verga. Cavallerìa rii3iicana. 4 



5o JELI IL PASTORE. 

rubate al vicino. Dapprincipio, Jeli dava dell' eccel- 
lenza al signorino, come si usa in Sicilia, ma dopo 
che si furono accapigliati per bene, la loro ami- 
cizia fu stabilita solidamente. Jeli insegnava al suo 
amico come si fa ad arrampicarsi sino ai nidi delle 
gazze, sulle cime dei noci più alti del campanile 
di Licodia, a cogliere un passero a volo con una 
sassata, e montare con un salto sul dorso nudo 
delle sue bestie mezze selvaggie, acciuffando per 
la criniera la prima che passava a tiro, senza la- 
sciarsi sbigottire dai nitriti di collera dei puledri 
indomiti, e dai loro salti disperati. Ah! le belle 
scappate pei campi mietuti, colle criniere al vento! 
i bei giorni d'aprile, quando il vento accavallava 
ad onde l'erba verde, e le cavalle nitrivano nei 
pascoli; i bei meriggi d'estate, in cui la campagna, 
bianchiccia, taceva, sotto il cielo fosco, e i grilli 
scoppiettavano fra le zolle, come se le stoppie si 
incendiassero! il bel cielo d'inverno attraverso i 
rami nudi del mandorlo, che rabbrividivano al ro- 
vajo, e il viottolo che suonava gelato sotto lo zoc- 







JELI IL PASTORE. 5 r 

colo dei cavalli, e le allodole che trillavano in alto, 
al caldo, nell'azzurro! le belle sere di estate che 
salivano adagio adagio come la nebbia; il buon 
odore del fieno in cui si affondavano i gomiti, e 
il ronzio malinconico degli insetti della sera, e 
quelle due note dello zufolo di Jeli, sempre le 
stesse — iuh! iuh! iuh! che facevano pensare 
alle cose lontane, alla festa di San Giovanni, alla 
notte di Natale, all'alba della scampagnata, a tìitt: 
quei grandi avvenimenti trascorsi, che sembrano 
mesti, così lontani, e facevano guardare in alto, 
cogli occhi umidi, quasi tutte le stelle che anda- 
vano accendendosi in cielo vi piovessero in cuore, 
e l'allagassero! 

Jeli, lui, non pativa di quella malinconia; se ne 
stava accoccolato sul ciglione, colle gote enfiate, 
intentissimo a suonare iuh! iuh! iuh! Poi radu- 
nava il branco a furia di gridi e di sassate, e lo 
spingeva nella stalla, di là del paggio alla Croce. 

Ansando, saliva la costa, di là dal vallone, e gri- 
dava qualche volta al suo amico Alfonso: — Ghia- 









52 JELI IL PASTORE. 

mati il cane! ohe, chiamati il cane; oppure: — 
Tirami una buona sassata allo %aìho f che mi fa il 
signorino, e se ne viene adagio adagio, gingillan- 
dosi colle macchie del vallone; oppure: — Domat- 
tina portami un ago grosso, di quelli della gnà Lia, 

Ei sapeva fare ogni sorta di lavori coir ago; e 
ci aveva un batuffoletto di cenci nella sacca di tela, 
per rattoppare al bisogno le brache e le maniche 
del giubbone; sapeva anche tessere dei treccioli di 
crini di cavallo, e si lavava anche da sé colla creta 
del vallone il fazzoletto che si metteva al collo, 
quando aveva freddo. Insomma, purché ci avesse 
la sua sacca ad armacollo, non aveva bisogno di 
nessuno al mondo, fosse stato nei boschi di Re- 
secone, o perduto in fondo alla piana di Calta- 
girone. La gnà Lia, soleva dire: — Vedete Jeli il 
pastore? è stato sempre solo pei campi come se 
l'avessero figliato le sue cavalle, ed è perciò che 
sa farsi la croce con le due mani! 

Del rimanente è vero che Jeli non ^veva biso- 
gno di nessuno, ma tutti quelli della fattoria avreb- 



jeli il pastori;. 53 

bero fatto volentieri qualche cosa per lui, poiché 
era un ragazzo servizievole, e ci era sempre il caso 
di buscarci qualche cosa da lui. La guà Lia gli 
cuoceva il pane per amor del prossimo, ed ei la 
ricambiava con bei panierini di vimini per le ova, 
arcolai di canna, ed altre coserelle. — Facciamo 
come fanno le sue bestie, diceva la gnà Lia, che 
si grattano il collo a vicenda. 

A Tebidi tutti lo conoscevano da piccolo, che 
non si vedeva fra le code dei cavalli, quando pa- 
scolavano nel piano del Uttighiere, ed era cresciuto, 
si può dire, sotto i loro occhi, sebbene nessuno 
lo vedesse mai, e ramingasse sempre di qua e di 
là col suo armento! « Era piovuto dal cielo, e la 
terra l'aveva raccolto » come dice il proverbio- 
era proprio di quelli che non hanno nò casa nò 
parenti. La sua mamma stava a servire a Vizzini, e 
non lo vedeva altro che una volta all'anno quando 
egli andava coi puledri alla fiera di San Giovanni; 
e il giorno in cui era morta, erano venuti a chia- 
marlo, un sabato sera, ed il lunedì Jeli tornò alla 



54 JELI IL PASTORE. 

mancini, sicché il contadino che l'aveva surrogato 
nella guardia dei cavalli, non perse nemmeno la 
giornata; ma il povero ragazzo era ritornato così 
sconvolto che alle volte lasciava scappare i pule- 
dri nel seminato. — Ohe! Jeli! gli gridava allora 
Massaro- Agrippino dall'aja; o che vuoi assaggiare 
le nerbate delle feste, figlio di cagna? — Jeli si 
metteva a correre dietro i puledri sbrancati, e li 
spingeva mogio mogio verso la collina; però da- 
vanti agli occhi ci aveva sempre la sua mamma, 
col capo avvolto nel fazzoletto bianco, che non 
gli parlava più. 

Suo padre taceva il vaccaro a Ragoleti, di là di 
Licodia, « dove la malaria si poteva mietere » di- 
cevano i contadini dei dintorni; ma nei terreni di 
malaria i pascoli sono grassi, e le vacche non 
prendono le febbri. Jeli quindi se ne stava nei 
campi tutto l'anno, o a Don Ferrante, o nelle 
chiuse della Commenda, o nella valle del Jacitano, 
e i cacciatori, o i viandanti che prendevano le 
scorciatoie lo vedevano sempre qua e là, come un 



JELI IL PASTORE. 55 

cane senza padrone. Ei non ci pativa, perchè era 
avvezzo a stare coi cavalli che gli camminavano di- 
nanzi, passo passo, brucando il trifoglio, e cogli 
uccelli che girovagavano a stormi, attorno a lui, 
tutto il tempo che il sole faceva il suo viaggio 
lento lento, sino a che le ombre si allungavano e 
poi si dileguavano; egli avea il tempo di veder 
le nuvole accavallarsi a poco a poco e figurar 
monti e vallate; conosceva come spira il vento 
quando porta il temporale, e di che colore sia il 
nuvolo quando sta per nevicare. Ogni cosa aveva 
il suo aspetto e il suo significato, e c'era sempre 
che vedere e che ascoltare in tutte le ore del 
giorno. Così, verso il tramonto quando il pastore 
si metteva a suonare collo zufolo di sambuco , 
la cavalla mora si accostava masticando il trifoglio 
svogliatamente, e stava anch'essa a guardarlo, con 
grandi occhi pensierosi. 

Dove soffriva soltanto un po' di malinconia era 
nelle lande deserte di Passanitello, in cui non 
sorge macchia né arbusto, e ne' mesi caldi non ci 



56 JELI IL PASTORE. 

vola un uccello. I cavalli si radunavano in cerchio 
colla testa ciondoloni, per farsi ombra scambie- 
volmente, e nei lunghi giorni della trebbiatura 
quella gran luce silenziosa pioveva sempre uguale 
ed afosa per sedici ore. 

Però dove il mangime era abbondante, e i ca- 
valli indugiavano volentieri, il ragazzo si occupava 
con qualche altra cosa: faceva delle gabbie di canna 
per i grilli, delle pipe intagliate, e dei panierini di 
giunco; con quattro ramoscelli, sapeva rizzare un 
po' di tettoia, quando li tramontana spingeva per 
la valle le lunghe file dei corvi, o quando le ci- 
cale battevano le ali nel sole che abbruciava le 
stoppie; arrostiva le ghiande del querceto nella 
brace de' sarmenti di sommacco , che pareva di 
mangiare delle bruciate, o vi abbrustoliva le larghe 
fette di pane allorché cominciava ad avere la barba 
dalla muffa, perchè quando si trovava a Passani- 
tello nell'inverno, le strade erano cosi cattive che 
alle volte passavano quindici giorni senza che si 
vedesse passare anima viva. 






JELI IL PASTORE. $n 

Don Alfonso che era tenuto nel cotone dai suoi 
genitori, invidiava al suo amico Jeli la tasca di 
tela dove ci aveva tutta la sua roba, il pane, le 
cipolle, il fiaschetto del vino, il fazzoletto pel freddo, 
il batuffoletto dei cenci col refe e gli aghi grossi, 
la scatoletta di latta coli' esca e la pietra focaja; 
gli invidiava pure la superba cavalla vajata, quella 
bestia dal ciuftetto di peli irti sulla fronte, che 
aveva gli occhi cattivi, e gonfiava le froge al pari 
di un mastino ringhioso quando qualcuno voleva 
montarla. Da Jeli invece si lasciava montare e 
grattare le orecchie, di cui era gelosa, e l'andava 
fiutando per ascoltare quello che ei voleva dirle. 
— Lascia stare la vajata, gli raccomandava Jeli, non 
è cattiva, ma non ti conosce. 

Dopo che Scordu il Bucchierese si menò via 
la giumenta calabrese che aveva comprato a San Gio- 
vanni, col patto che gliela tenessero nell'armento 
sino alla vendemmia, il puledro zaino rimasto or- 
fano non voleva darsi pace, e scorazzava su pei 
greppi del monte con lunghi nitriti lamentevoli, e 






58 JELI IL PASTORE. 



colle froge al vento. Jeli gli correva dietro, chia- 
mandolo con forti grida, e il puledro si fermava 
ad ascoltare, col collo teso e le orecchie irrequiete, 
sferzandosi i fianchi colla coda. — È perchè gli 
hanno portato via la madre, e non sa più cosa si 
faccia — osservava il pastore. — Adesso bisogna 
tenerlo d'occhio perchè sarebbe capace di lasciarsi 
andar giù nel precipizio. Anch'io, quando mi è 
morta la mia mamma, non ci vedevo più dagli 
occhi. 

Poi, dopo che il puledro ricominciò a fiutare il 
trifoglio, e a darvi qualche boccata di malavoglia 
— Vedi! a poco a poco comincia a dimenti- 
carsene. 

— Ma anch'esso sarà venduto. I cavalli sono 
fatti per esser venduti; come gli agnelli nascono 
per andare al macello, e le nuvole portano la piog- 
gia. Solo gli uccelli non hanno a far altro che 
cantare e volare tutto il giorno. 

Le idee non gli venivano nette e filate l'ima 
dietro l'altra, che di rado aveva avuto con chi 



JELI IL PASTORE. 5g 

parlare e perciò non aveva fretta di scovarle e di- 
strigarle in fondo alla testa, dove era abituato a lasciare 
che sbucciassero e spuntassero fuori a poco a poco, 
come fanno le gemme dei ramoscelli sotto il sole. 
— Anche gli uccelli, sos:<>iun<ó , devono buscarsi 
il cibo, e quando la neve copre la terra se ne 
muoiono. 

Poi ci pensò su un pezzetto. — Tu sei come 
gli uccelli; ma quando arriva Y inverno te ne puoi 
stare al fuoco senza far nulla. 

Don Alfonso però rispondeva che anche lui an- 
dava a scuola, a imparare. Jeli allora sgranava gli 
occhi, e stava tutto orecchi se il signorino si met- 
teva a leggere, e guardava il libro e lui in aria 
sospettosa, stando ad ascoltare con quel lieve am- 
micar di palpebre che indica l'intensità dell'atten- 
zione nelle bestie che più si accostano all'uomo. 
Gli piacevano i versi che gli accarezzavano l'udito 
con l'armonia di una canzone incomprensibile, e 
alle volte aggrottava le ciglia, appuntava il mento 
e sembrava che un gran lavorio si stesse facendo 



60 JELI IL PASTORE. 

nel suo interno; allora accennava di sì e di sì col 
capo, con un sorriso furbo, e si grattava la testa. 
Quando poi il signorino mettevasi a scrivere per 
far vedere quante cose sapeva fare, Jeli sarebbe 
rimasto delle giornate intiere a guardarlo, e tutto 
a un tratto lasciava scappare un' occhiata sospet- 
tosa. Non poteva persuadersi che si potesse poi 
ripetere sulla carta quelle parole che egli aveva 
dette, o che aveva dette don Alfonso, ed anche 
quelle cose che non gli erano uscite di bocca, e 
finiva col fare quel sorriso furbo. 

Ogni idea nuova che gli picchiasse nella testa 
per entrare, lo metteva in sospetto, e pareva la 
fiutasse colla diffidenza selvaggia della sua vajata. 
Però non mostrava meraviglia di nulla al mondo; 
gli avessero detto che in città i cavalli andavano 
in carrozza , egli sarebbe rimasto impassibile con 
quella maschera d'indifferenza orientale che è la 
dignità del contadino siciliano. Pareva che istinti- 
vamente si trincerasse nella sua ignoranza, come 
fosse la forza della povertà. Tutte le volte che 









JELI IL PASTORE. 6l 

rimaneva a corto di argomenti ripeteva: — Io non 
ne so nulla. Io sono povero — con quel sorriso 
ostinato che voleva essere furbo. 

Aveva chiesto al suo amico Alfonso di scrivergli 
il nome di Mara su di un pezzetto di carta che 
aveva trovato chi sa dove, perchè egli raccattava 
tutto quello che vedeva per terra, e se l'era messo 
nel batuffoletto dei cenci. Un giorno, dopo di esser 
stato un po' zitto, a guardare di qua e di là so- 
prappensiero, gli disse serio serio : 

— Io ci ho l'innamorata. 

Alfonso, malgrado che sapesse leggere, sgranava 
gli occhi. — Sì, ripetè Jeli , Mara, la figlia di 
Massaro Agrippino che era qui ; ed ora sta a Ma- 
rineo. in quel gran casamento della pianura che si 
vede dal piano del laitigliere, lassù. 

- — O ti mariti dunque? 

— Sì , quando sarò grande , e avrò sei onze 
all' anno di salario. Mara non ne sa nulla ancora. 

— • Perchè non glieP hai detto ? 

Jeli tentennò il capo, e si mise a riflettere. Poi 



62 JELI IL PASTORE. 

svolse il batuffo.letto e spiegò la carta che s' era 
fatta scrivere. 

— E proprio vero che dice Mara; 1' ha lette 
pure don Gesualdo, il campiere, e fra Cola, quando 
venne giù per la cerca delle fave. 

— Uno che sappia scrivere, osservò poi, è come 
uno che serbasse le parole nella scatola dell'accia- 
rino, e potesse portarsele in tasca, ed anche man- 
darle di qua e di là. 

— Ora che ne farai di quel pezzetto di carta 
tu che non sai leggere? gli domandò Alfonso. 

Jeli si strinse nelle spalle, ma continuò ad av- 
volgere accuratamente il suo fogliolino scritto nel 
batuffoletto dei cenci. 

La Mara 1' aveva conosciuta da bambina , che 
avevano cominciato dal picchiarsi ben bene, una 
volta che s'erano incontrati lungo il vallone, a 
cogliere le more nelle siepi di rovo. La ragazzina, 
la quale sapeva di essere « nel fatto suo » , aveva 
agguantato pel collo Jeli, come un ladro. Per un 
po' s'erano scambiati dei pugni nella schiena, uno 



JELI IL PASTORE. 63 

tu ed uno io, come fa il bottaio sui cerchi delle 
botti , ma quando furono stanchi andarono cal- 
mandosi a poco a poco, tenendosi sempre ac- 
ciuffati. 

— Tu chi sei? gli domandò Mara. 

E come Jeli, più salvatico, non diceva chi fosse, 

— Io sono Mara, la figlia di Massaro Agrip- 
pino, che è il campaio di tutti questi campi qui. 

Jeli allora lasciò la presa dell' intutto, e la ra- 
gazzina si mise a raccattare le more che le erano 
cadute nella lotta, sbirciando di tanto in tanto il 
suo avversario con curiosità. 

— Di là del ponticello, nella siepe dell'orto, ci 
son tante more grosse ; aggiunse la piccina, e se 
le mangiano le galline. 

Jeli intanto si allontanava quatto quatto , e 
Mara, dopo che stette ad accompagnarlo cogli 
occhi finche potè vederlo nel querceto, volse le 
spalle anche lei, e se la diede a gambe verso casa. 

Ma da quel giorno in poi cominciarono ad 
addomesticarsi. Mara andava a filare la stoppa sul 



64 JELI IL PASTORE. 

parapetto del ponticello, e Jeli adagio adagio spin- 
geva 1' armento verso le falde del poggio del Ban- 
dito. Da prima se ne stava in disparte ronzandole 
attorno, guardandola da lontano in aria sospettosa, 
e a poco a poco andava accostandosi coli' andatura 
guardinga del cane avvezzo alle sassate. Quando 
finalmente si trovavano accanto, ci stavano delle 
lunghe ore senza aprir bocca. Jeli osservando at- 
tentamente Y intricato lavorio delle calze che la 
mamma aveva messo al collo alla Mara , oppure 
costei gli vedeva intagliare i bei zig zag sui ba- 
stoni di mandorlo. Poi se ne andavano rimo di 
qua e 1' altro di là, senza dirsi una parola , e la 
bambina, com'era in vista della casa, si metteva a 
correre, dicendo levar alta la sottanella sulle gam- 
bette rosse. 

Al tempo dei fichidindia poi si fissarono nel 
folto delle macchie, sbucciando dei fichi tutto il 
santo giorno. Vagabondavano insieme sotto i noci 
secolari, e Jeli ne bacchiava tante delle noci, che 
piovevano fitte come la gragnuola; e la ragazzina 







JELI IL PASTORE. 65 

si affaticava a raccattarle con grida di giubilo più 
che ne poteva; e poi scappava via, lesta lesta, te- 
nendo tese le due cocche del grembiale , don- 
dolandosi come una vecchietta. 

Durante l'inverno Mara non osò mettere fuori 
il naso, in quel gran freddo. Alle volte, verso sera, 
si vedeva il fumo dei fuocherelli di sommacehi che 
Jeli andava facendo sul piano del lettighiere, o sul 
poggio di Macca, per non rimanere intirizzito al 
pari di quelle cinciallegre che la mattina trovava 
dietro un sasso, o al riparo di una zolla. Anche i 
cavalli ci trovavano piacere a ciondolare un po' 
la coda attorno al fuoco, e si stringevano gli uni 
agli altri per star più caldi. 

Col marzo tornarono le allodole nel piano , i 
passeri sul tetto, le foglie e i nidi nelle siepi, Mara 
riprese ad andare a spasso in compagnia di Jeli 
nell'erba soffice, fra le macchie in fiore, sotto gli 
alberi ancora nudi che cominciavano a punteg- 
giarsi di verde. Jeli si ficcava negli spineti come 
un segugio per andare a scovare delle nidiate di 

Verga. Cavalleria rusticana. 5 



66 JELI IL PASTORE. 

merli che guardavano sbalorditi coi loro occhietti 
di pepe; i due fanciulli portavano spesso nel petto 
della camicia dei piccoli conigli allora stanati, 
quasi nudi, ma dalle lunghe orecchie diggià in- 
quiete. Scorazzavano pei campi al seguito del 
branco dei cavalli, entrando nelle steppie dietro i 
mietitori, passo passo coir armento , fermandosi 
ogni volta che una giumenta si formava a strap- 
pare una boccata d'erba. La sera, giunti al pon- 
ticello, se ne andavano 1' uno di qua e 1' altro di 
là, senza dirsi addio. 

Così passarono tutta 1' estate. Intanto il sole 
cominciava a tramontare dietro il poggio alia Croce, 
e i pettirossi gli andavano dietro verso la mon- 
tagna, come imbruniva, seguendolo fra le macchie 
dei fichidindia. I grilli e le cicale non si udivano 
più, e in qucll' ora per P aria si spandeva una 
grande malinconia. 

In quel tempo arrivò al casolare di Jeli suo 
padre, il vaccaro, che aveva preso la malaria a 
Ragoleti, e non poteva nemmen reggersi sull'asino 



JELI IL PASTORE. 6~] 

che l'aveva portato. Jeli accese il fuoco, lc^to lesto, 
e corse « alle case » per cercargli qualche uovo di 
gallina. — Piuttosto stendi un po' di strame vicino 
al fuoco , gli disse suo padre ; che mi sento tor- 
nare la febbre. 

Il ribrezzo della febbre era cosi forte che com- 
pare Menu, seppellito sotto il suo gran tabarro, 
la bisaccia dell'asino, e la sacca di Jeli, tremava 
come tanno le foglie in novembre , davanti alla 
gran vampa di sarmenti che gli faceva il viso bianco 
bianco come un morto. I contadini della fattoria 
venivano a domandargli: — Come vi sentite, com- 
pare Menu ? Il poveretto non rispondeva altro che 
con un guaito come fa un cagnuolo di latte. — È ma- 
laria di quella che ammazza meglio di una schioppet- 
tata, dicevano gli amici, scaldandosi le mani al fuoco. 

Fu chiamato anche il medico, ma erano denari 
buttati via, perchè la malattia era di quelle chiare 
e conosciute che anche un ragazzo saprebbe cu- 
rarla, e se la febbre non era di quelle che ammaz- 
zano ad ogni modo, col solfato si sarebbe guarita 






68 JELI IL PASTORE. 

subito. Compare Menu ci spese gli occhi della 
testa iti tanto solfato, ma era come buttarlo nel 
pozzo. — Prendete un buon decotto di ecaìibbiso 
che non costa nulla, suggeriva Massaro Agrippino, 
e se non serve a nulla come il solfino , almeno 
non vi rovinate a spendere. — Si prendeva anche 
il decotto di eucaliptus, eppure la febbre tornava 
sempre, e anche più forte. Jeli assisteva il geni- 
tore come meglio sapeva. Ogni mattina, prima 
d' andarsene coi puledri, gli lasciava il decotto pre- 
parato nella ciotola, il fascio dei sarmenti sotto la 
mano, le uova nella cenere calda, e tornava presto 
alla sera colle altre legne per la notte e il fia- 
schette del vino e qualche pezzetto di carne di 
montone che era corso a comperare sino a Li codia. 
Il povero ragazzo faceva ogni cosa con garbo, 
come una brava massaia, e suo padre, accompa- 
gnandolo cogli occhi stanchi nelle sue faccenduole 
qua e la pel casolare, di tanto in tanto sorrideva 
pensando che il ragazzo avrebbe saputo aiutarsi, 
quando fosse rimasto solo. 







JELI IL PASTORE. 69 

I giorni in cui la febbre cessava per qualche 
ora, compare Menu si alzava tutto stravolto e col 
capo stretto nel fazzoletto, e si metteva sull'uscio 
ad aspettare Jeli, mentre il sole era ancora caldo. 
Come Jeli lasciava cadere accanto all'uscio il fascio 
della legna e posava sulla tavola il fiasco e le uova, 
ei gli diceva: — Metti a bollire Vecaìibbiso per sta- 
notte, — oppure — guarda che l'oro di tua madre 
l'ha in consegna la zia Agata, qu.mdo non ci 
sarò più. — Jeli diceva di sì col capo. 

— E inutile; ripeteva Massaro Agrippino ogni 
volta che tornava a vedere compare Menu colla 
febbre. Il sangue oramai è tutto una peste. — 
Compare Menu ascoltava senza batter palpebra , 
col viso più bianco della sua berretta. 

Diggià non si alzava più. Jeli si metteva a pian- 
gere quando non gli bastavano le forze per aiu- 
tarlo a voltarsi da un lato all'altro; poco per volta 
compare Menu fini per non parlare nemmen più. 
Le ultime parole che disse al suo ragazzo furono : 

— Quando sarò morto andrai dal padrone delle 






7° JELI IL PASTORE. 

vacche a Ragoleti , e ti farai dare le tre onze e i 
dodici tumoli di frumento che avanzo da maggio a 
questa parte. 

— No, rispose Jeli, sono soltanto 2 onze e quin- 
dici, perchè avete lasciato le vacche che è più di un 
mese, e bisogna fare il conto giusto col padrone. 

— È vero! affermò compare Menu socchiu- 
dendo gli occhi. 

— Ora son proprio solo al mondo come un 
puledro smarrito, che se lo possono mangiare i 
lupi! pensò Jeli quando gli ebbero portato il babbo 
al cimitero di Licodia. 

Mara era venuta a vedere anche lei la casa del 
morto colla curiosità acuta che destano le cose spa- 
ventose. — Vedi come son rimasto? le disse Jeli, 
la ragazzetta si tirò indietro sbigottiti per paura 
che non la facesse entrare nella casa dove era stato 
il morto. 

Jeli andò a riscuotere il danaro del babbo , e 
poscia partì coli' armento per Passanitello , dove 
l' erba era già alta sul terreno lasciato ' pel mag- 



JELI IL PASTORE. 7 1 

gese e il mangime era abbondante; perciò i puledri 
vi restarono a pascolarvi per molto tempo. Frat- 
tanto Jeli s'era fatto grande, ed anche Mara do- 
veva esser cresciuta , pensava egli sovente men- 
tre suonava il suo zufolo ; e quando tornò a 
Tebidi dopo tanto tempo , spingendosi innanzi 
adagio adagio le giumente per i viottoli sdruccio- 
levoli della fontana dello %io Cosimo, andava cer- 
cando cogli occhi il ponticello del vallone, e il ca- 
solare nella valle del latitano , e il tetto delle 
« case grandi » dove svolazzavano sempre i co- 
lombi. Ma in quel tempo il padrone aveva licen- 
ziato Massaro Agrippino e tutta la famiglia di 
Mara stava sloggiando. Jeli trovò la ragazza la quale 
s' era fitta grandicella e belloccia alla porta del 
cortile , che teneva d' occhio la sua roba men- 
tre la caricavano sulla carretta. Ora la stanza vuota 
sembrava più scura e affumicata del solito. La ta- 
vola , e il letto , e il cassettone , e le immagini 
della Vergine e di San Giovanni, e fino i chiodi 
per appendervi le zucche delle sementi ci avevano 












7 2 JELI IL PASTORE. 

lasciato il segno sulle pareti dove erano state per 
tanti anni. — Andiamo via, gli disse Mira come lo 
vide osservare. Ce ne andiamo laggiù a Marineo 
dove c'è quel gran casamento nella pianura. 

Jeli si diede ad aiutare Massaro Agrippino e la 
gnà Lia nel caricare la carretta, e allorché non ci 
fu altro da portare via dalla stanza andò a sedere 
con Mara sul parapetto dell'abbeveratojo. — Anche 
le case, le disse quand'ebbe visto accatastare l'ultima 
cesta sulla carretta, anche le case, come se ne to- 
glie via qualche oggetto non sembrano più quelle. 

— A Marineo, rispose Mara, ci avremo una ca- 
mera più bella, ha detto la mamma, e grande 
come il magazzino dei formaggi. 

— Ora che tu sarai via, non voglio venirci più 
qui; che mi parrà di esser tornato l'inverno a ve- 
der quell'uscio chiuso. 

— A Marineo invece troveremo dell'altra gente, 
Pudda la rossa, e la figlia del campiere; si starà 
allegri, per le messe verranno più di ottanta mie- 
titori, colla cornamusa, e si ballerà sull'aja. 



JELI IL PASTORE. 7 3 

Massaro Agrippino e sua moglie si erano av- 
viati colla carretta, Mara correva loro dietro tutta 
allegra, portando il paniere coi piccioni. Jeli volle 
accompagnarla sino al ponticello, e quando Mara 
stava per scomparire nella vallata la chiamò: — 
Mara! oh! Mara! 

— Che vuoi? disse Mara. 

Egli non lo sapeva che voleva. — O tu , cosa 

farai qui tutto solo? gli domandò allora la ra- 
gazza. 

— Io resto coi puledri. 

Mara se ne andò saltellando , e lui rimase li 
fermo, finche potè udire il rumore della carretta 
che rimbalzava sui sassi. Il sole toccava le roccie 
alte del poggio alia Croce, le chiome grigie degli 
ulivi sfumavano nel crepuscolo, e per la campagna 
vasta, lontan lontano, non si udiva altro che il 
campamaccio della bianca nel silenzio che si aliar- 



Mara, come se ne fu andata a Marineo in mezzo 
alla gente nuova, e alle faccende della vendemmia, 



74 JELI IL PASTORE. 

si scordò di lui; ma Jeli ci pensava sempre a lei, 
perche non aveva altro da fare, nelle lunghe gior- 
nate che passava a guardare la coda delle sue be- 
stie. Adesso non aveva poi motivo alcuno per ca- 
lar nella valle, di là del ponticello, e nessuno lo 
vedeva più alla fattoria. In tal modo ignorò per 
un pezzo che Mara si era fitta sposa, giacche del- 
l'acqua intanto ne era passata e passata sotto il 
ponticello. Egli rivide soltanto la ragazza il dì della 
festa di San Giovanni, come andò alla fiera coi 
puledri da vendere: una festa che gli si mutò tutta 
in veleno, e gli fece cascare il pan di bocca per 
un accidente toccato ad uno dei puledri del pa- 
drone, Dio ne scampi. 

Il giorno de' la fiera il fattore aspettava i pule- 
dri sin dall'alba, andando su e giù cogli stivali in- 
verniciati dietro le gropp: dei cavalli e dei muli, 
messi in fila di qua e di là delio stradone. La 
fiera era già sul finire, né Jeli spuntava ancora colle 
bestie, di là del gomito che faceva lo stradone. 
Sulle pendici riarse dal Calvario e dal Mulino 







JELI IL PASTORE. 75 

a vento, rimaneva tuttora qualche branco di pe- 
core, stretto in cerchio col muso a terra e l'occhio 
spento, e qualche pariglia di buoi, dal pelo lungo, 
di quelli che si vendono per pagare il fìtto delle 
terre, che aspettavano immobili, sotto il sole co- 
cente. Laggiù, verso la valle, la campana di San Gio- 
vanni suonava la messa grande, accompagnata dal 
lungo crepitìo dei mortale tti. Allora il campo della 
fiera sembrava trasalire, e correva un gridìo che 
si prolungava fra le tende dei trecconi schierate 
nella salita dei Galli, scendeva per le vie del paese, 
e sembrava ritornare dalla valle dov'era là chiesa. 
Viva San Giovanni! 

— Santo diavolone! strillava il fattore, quell'as- 
sassino di Jeli mi farà perdere la fiera! 

Le pecore levavano il muso attonito, e si met- 
tevano a belare tutte in una volta, e anche i buoi 
facevano qualche passo lentamente, guardando in 
giro, con grandi occhi intenti. 

Il fattore era così in collera perchè quel giorno 
dovevasi pagare il fitto delle chiuse grandi, « come 



' 6 JELI IL PASTORE. 

San Giovanni fosse arrivato sotto l'olmo, » diceva 
il contratto, e a completare la somma si era fatto 
assegnamento sulla vendita dei puledri. Intanto di 
puledri, e cavalli, e muli ce n'erano quanti il Signore 
ne aveva fatti, tutti strigliati e lucenti, e ornati di fioc- 
chi, e nappine, e sonagli, che scodinzolavano per 
scacciare la noia, e voltavano la testa verso ognuno 
che passava, e pareva che aspettassero un'anima 
caritatevole che volesse comprarli. 

— Si sarà messo a dormire, quell'assassino! se- 
guitava a gridare il fattore; e mi lascia i puledri 
sulla pancia! 

Invece Jeli aveva camminato tutta la notte ac- 
ciocché i puledri arrivassero freschi alla fiera, e 
prendessero un buon posto neh' arrivare, ed era 
giunto al piano del Corvo che ancora i tre re 
non erano tramontati, e luccicavano sul monte Ar- 
turo , colle braccia in croce. Per la strada passa- 
vano continuamente carri, e gente a cavallo che 
andavano alla festa; per questo il giovanetto te- 
neva ben aperti gli occhi, acciò i puledri, spa- 







JELI IL PASTORE. 77 

ventati dall'insolito via vai, non si sbandassero, ma 
andassero uniti lungo il ciglione della strada, die- 
tro la bianca che camminava diritta e tranquilla, 
col campamaccio al collo. Di tanto in tanto, allor- 
ché la strada correva sulla sommità delle colline, 
si udiva sin là la campana di San Giovanni, che 
anche nel bujo e nel silenzio della campagna si 
sentiva la festa, e per tutto lo stradone, lontan 
lontano, sin dove c'era gente a piedi o a cavallo 
che andava a Vizzini si udiva gridare: — Viva 
San Giovanni! — e i razzi salivano diritti e lucenti 
dietro i monti della Canziria, come le stelle che 
piovono in agosto. 

— È come la notte di Natale! andava dicendo 
Teli al ragazzo che l'aiutava a condurre il branco, 
— che in ogni fattoria si fìi festa e luminaria, e 
per tutta la campagna si vedono qua e là dei 
fuochi. 

Il ragazzo sonnecchiava, spingendo adagio adagio 
una gamba dietro l'altra, e non rispondeva nulla- 
ma Jeli che si sentiva rimescolare tutto il sangue 






78 JELI IL PASTORE. 

da quella campana, non poteva star zitto, come se 
ognuno di quei razzi che strisciavano sul bujo ta- 
citi e lucenti dietro il monte gli sbocciassero dal- 
l'anima. 

— Mara sarà andata anche lei alla festa di 
San Giovanni, diceva, perchè ci va tutti gli anni. 

E senza curarsi che Alfio il ragazzo, non rispon- 
deva nulla: 

— Tu non sai? ora Mara è alta così, che è 
più grande di sua madre che l'ha fatta, e quando 
l' ho rivista non mi pareva vero che fosse proprio 
quella stessa con cui si andava a cogliere i fichi 
dindia, e a bacchiare le noci. 

E si mise a cantare ad alta voce tutte le can- 
zoni che sapeva. 

— O Alfro, che dormi? gli gridò quand'ebbe 
finito. Bada che la bianca ti vien sempre dietro, bada! 

— No, non dormo! rispose Alfro con voce rauca. 

— La vedi la puddara, che sta ad ammiccarci 
lassù, verso Granvilla, come sparassero dei razzi an- 
che a Santa Domenica? Poco può passare a rom- 









JELI IL PASTORE. 79 

per l'alba; pure alla fiera arriveremo in tempo pel- 
tro vare un buon posto. Ehi! morellino bello! che 
ci avrai la cavezza nuova, colle nappine rosse, per 
la fiera! e anche tu, stellato! 

Così andava parlando all' uno e all' altro dei pu- 
ledri perchè si rinfrancassero sentendo la sua voce 
nel bujo. Ma gli doleva che lo stellato e il mo- 
rellino andassero alla fiera per esser venduti. 

— Quando saran venduti, se ne andranno col 
padrone nuovo, e non si vedranno più nella man- 
dria, coni' è stato di Mara, dopo che se ne fu an- 
data a Marineo. 

— Suo padre sta benone laggiù a Marineo; che 
quando andai a trovarli mi misero dinanzi pane, 
vino, formaggio, e ogni ben di Dio, che egli è 
quasi il Untore, ed ha le chiavi di ogni cosa, e 
avrei potuto mangiarmi tutta la fattoria se avessi 
voluto. Mara non mi conosceva quasi più da tanto 
che non ci vedevamo! e si mise a gridare: Oh! 
guarda! è Jeli, il guardiano dei cavalli, quello di 
Tebidi! Gli è come quando uno torna da lontano, 






80 JELI IL PASTORE. 

che al vedere soltanto il cocuzzolo di un monte gli 
basta a riconoscere subito il paese dove è cresciuto. 
La gnà Lia non voleva che le dessi più del tu, alla 
Mara, ora -che sua figlia si è fotta grande, perchè 
la gente che non sa nulla, chiacchiera facilmente. 
Mara invece rideva, e sembrava che avesse infor- 
nato il pane allora allora, tanto era rossa; appa- 
recchiava la tavola, e spiegava la tovaglia che non 
pareva più quella. — O che ti rammenti più di 
Tebidi? le chiesi appena la gnà Lia fu sortita per 
spillare del vino fresco della botte. — Sì, sì, me 
ne rammento, mi disse ella, a Tebidi c'era la cam- 
pana col campanile che pareva un manico di sa- 
liera , e si suonava dal ballatojo, e c'erano pure 
due gatti di sasso, che facevano le fusa sul cancello 
del giardino. — Io me le sentivo qui dentro tutte 
quelle cose, come ella andava dicendole. Mara mi 
guardava da capo a piedi con tanto d'occhi, e 
a dire : — Come ti sei fitto «rande ! 



tornava 



e si mise pure a ridere, e mi diede uno scopac- 
cione qui, sulla testa. 



JELI IL PASTORE. Si 

In tal modo Jeli, il guardiano dei cavalli, per- 
dette il pane, perchè giusto in quel punto so- 
pravveniva all'improvviso una carrozza che non si 
era udito prima, mentre saliva l'erta passo passo, 
e s'era messo al trotto com'era giunta al piano, 
con gran strepito di frusta e di sonagli, quasi la 
portasse il diavolo. I puledri, spaventati, si sban- 
darono in un lampo, che pareva un terremoto, e 
ce ne vollero delle chiamate, e delle grida e degli 
ohi! ohi! ohi! di Jeli e del ragazzo prima di rac- 
coglierli attorno alla bianca, la quale anch'essa 
trottorellava svogliatamente, col campamaccio al 
collo. Appena Jeli ebbe contato le sue bestie, si 
accorse che mancava lo stellalo, e si cacciò le mani 
nei cappelli, perchè in quel posto la strada correva 
lungo il burrone, e fu nel burrone che lo stellato 
si fracassò le reni, un puledro che valeva dodici 
onze come dodici angeli del paradiso! Piangendo 
e gridando egli andava chiamando il puledro — 
ahu ! ahu! ahu! che non ci si vedeva ancora. Lo 
stellato rispose finalmente dal fondo del burrone , 



Verga. Cavalleria rusticana. 



82 JELI IL PASTORE. 

con un nitrito doloroso, come avesse avuto la pa- 
rola, povera bestia! 

— Oh! mamma mia! andavano gridando Jeli e 
il ragazzo. Oh! che disgrazia, mamma mia! 

I viandanti che andavano alla festa, e sentivano 
piangere a quel modo in mezzo al buio, doman- 
davano cosa avessero perso; e poi, come sapevano 
di che si trattava, andavano per la loro strada. 

Lo stellato rimaneva immobile dove era caduto 
colle zampe in aria, e mentre Jeli l'andava tastando 
pea ogni dove , piangendo e parlandogli quasi 
avesse potuto farsi intendere, la povera bestia riz- 
zava il collo penosamente, e voltava la testa verso 
di lui e allora si udiva l'anelito rotto dallo spa- 
simo. 

— Qualche cosa si sarà rotto! piagnuccolava 
Jeli, disperato di non poter vedere nulla pel buio; 
e il puledro inerte come un sasso lasciava ricadere 
il capo di peso. Alfio rimasto sulla strada a cu- 
stodia del branco, s'era rasserenato per il primo e 
e aveva tirato fuori il pane dalia sacca. Ora il 



JELI IL PASTORE. 83 

cielo s'era fatto bianchiccio e i monti tutto in- 
torno parevano che spuntassero ad uno ad uno, 
neri ed alti. Dalla svolta dello stradone si comin- 
ciava a scorgere il paese , col monte del Calvario 
e del Mulino a vento stampato sull'albore, ancora 
foschi, seminati dalle chiazze bianche delle pecore, 
e come i buoi che pascolavano sul cocuzzolo del 
monte, nell'azzurro, andavano di qua e di là, sem- 
brava che il profilo del monte stesso si animasse 
e formicolasse di vita. La campana dal fondo 
del burrone non si udiva più, i viandanti si erano 
finti più rari, e quei pochi che passavano avevano 
fretta di arrivare alla fiera. Il povero Jeli non sa- 
peva a qual santo votarsi in quella solitudine; lo 
stesso Alfio da solo non poteva giovargli per 
niente; perciò costui andava sbocconcellando pian 
piano il suo pezzo di pane. 

Finalmente si vide venire a cavallo il fattore, il 
quale da lontano strepitava e bestemmiava accor- 
rendo, al vedere gli animali fermi sulla strada, sicché 
lo stesso Alfio se la diede a gambe per la collina. 






84 JELI IL PASTORE. 

Ma Jeli non si mosse d'accanto allo stellato. Il 
fattore lasciò la mula sulla strada, e scese nel bur- 
rone anche lui, cercando di aiutare il puledro ad 
alzarsi e tirandolo per la coda. — Lasciatelo stare! 
diceva Jeli bianco in viso come se si fosse fra- 
cassate le reni lui. Lasciatelo stare! Non vedete 
che non si può muovere, povera bestia! 

Lo stellato infitti ad ogni movimento, e ad ogni 
sforzo che gli facevano fare metteva un rantolo che 
pareva un cristiano. Il fattore si sfogava a calci e 
scapaccioni su di Jeli, e tirava pei piedi gli angeli 
e i santi del paradiso. Allora Alfio più rassicurato 
era tornato sulla strada, per non lasciare le bestie 
senza custodia, e badava a scolparsi dicendo: — 
Io non ci ho colpa. Io andavo innanzi colla bianca. 

— Qui non c'è più nulla da fare, disse alfine 
il fattore, dopo che si persuase che era tutto tempo 
perso. Qui non se ne può prendere altro che la 
pelle, sinché è buona. 

Jeli si mise a tremare come una foglia quando 
vide il fattore andare a staccare lo schioppo dal 



JELI IL PASTORE. 85 

basto della mula. — Levati di li, paneperso! gli 
urlò il fattore , che non so chi mi tenga dallo 
stenderti per terra accanto a quel puledro che va- 
leva assai più di te, con tutto il battesimo porco 
che ti diede quel prete ladro ! 
Lo stellato , non potendosi muovere , volgeva il 
capo con grandi occhi sbarrati quasi avesse inteso 
ogni cosa, e il pelo gli si arricciava ad onde, lungo 
le costole, sembrava ci corresse sotto un brivido. In 
tal modo il fattore uccise sul luogo lo stellato per 
cavarne almeno la pelle , e il rumore fiacco che 
kcc dentro le carni vive il colpo tirato a brucia- 
pelo parve a Jeli di sentirselo dentro di sé. 

— Ora se vuoi sapere il mio consiglio, gli la- 
sciò detto il fattore, cerca di non flirti veder più 
dal padrone per quel salario che avanzi, perchè te 
lo pagherebbe salato assai! 

Il fattore se ne andò insieme ad Alfio , cogli 
altri puledri che non si voltavano nemmeno a ve- 
dere dove rimanesse lo stellato, e andavano strap- 
pando 1' erba dal ciglione. Lo stellato se ne stava 






86 JELI IL' pastore. 

solo nel burrone, aspettando che venissero a scuo- 
iarlo, cogli occhi ancora spalancati , e le quattro 
zampe distese , che allora solo aveva potuto di- 
stenderle. Jeli, ora che aveva visto come il fat- 
tore aveva potuto prender di mira il puledro che 
penosamente voltava la testa sbigottito, e gli fosse 
bastato il cuore per tirare il colpo, non piangeva 
più, e stava a guardare lo stellato duro duro , se- 
duto sul sasso, fin quando arrivarono gii uomini 
ciìq dovevano prendersi la pelle. 

Adesso poteva andarsene a spasso, a godersi la 
festa, o starsene in piazza tutto il giorno , a ve- 
dere i galantuomini nel caffè, come meglio gli pia- 
ceva, che non aveva più nò pane, nò tetto, e bi- 
sognava cercarsi un padrone, se pure qualcuno lo 
voleva, dopo la disgrazia dello stellato. 

Le cose del mondo vanno così : mentre Jeli 
andava cercando un padrone colla sacca ad arma- 
collo e il bastone in mano, la banda suonava in 
piazza allegramente, coi pennacchi nel cappello, in 
mezzo a una folla di berrette bianche fitte come 




■ 



JELI IL PASTORE. 87 

le mosche, e i galantuomini stavano a godersela 
seduti nel caffè. Tutta la gente era vestita da festa, 
come gli animali della fiera , e in un canto della 
piazza c'era una donna colla gonnella corta e le calze 
color di carne che pareva colle gambe nude, e pic- 
chiava sulla gran cassa, davanti a un gran lenzuolo 
dipinto, dove si vedeva una carneficina di cristiani, 
col sangue che colava a torrenti, e nella folla che 
stava a guardare a bocca aperta c'era pure mas- 
saro Cola, il quale lo conosceva da quando stava 
a Passinitello , e gli disse che il padrone glielo 
avrebbe trovato lui, poiché compare Isidoro Macca 
cercava un guardiano per i porci. ' — Però non 
dir nulla dello stellalo , gli raccomandò massaro 
Cola. Una disgrazia come questa può accadere a 
tutti, nel mondo. Ma è meglio non dir nulla. 

Andarono perciò a cercare compare Macca , il 
quale era al ballo, e nel tempo che Massaro Cola 
andò a fare l'imbasciata Jeli aspettò sulla strada, in 
mezzo alla folla che stava a guardare dalla porta 
della bottega. Nella stanzaccia e era . un mondo 



88 JELI IL PASTORE. 

di. gente che saltava e si divertiva, tutti rossi e 
scalmanati , e facevano un gran pestare di scar- 
poni sull'ammattonato, che non si udiva nemmeno 
il ron ron del contrabasso , e appena finiva una 
suonata , che costava un grano , levavano il dito 
per far segno che ne volevano un'altra; e quello 
del contrabasso faceva una croce col carbone sulla 
parete, per fare il conto all'ultimo, e ricominciava 
da capo. — Costoro li spendono senza pensarci , 
s' andava dicendo Jeli , e vuol dire che hanno la 
tasca piena, e non sono in angustia come me, per 
difetto di un padrone, se sudano e s' affannano a 
saltare per loro piacere come se li pagassero a gior- 
nata! — Massaro Cola tornò dicendo che com- 
pare Macca non aveva bisogno di nulla. Al- 
lora Jeli volse le spalle e se ne andò mogio 
mogio. 

Mara stava di casa verso Sant'Antonio, dove le 
case s'arrampicano sul monte, di fronte al vallone 
della Canziria, tutto verde di fichidindia, e colle 
ruote dei mulini che spumeggiavano in fondo, sul 



JELI IL PASTORE. 89 

torrente; ma Jeli non ebbe il coraggio di andare 
da quelle parti ora che non l'avevano voluto nem- 
meno per guardare i porci, e girandolando in 
mezzo alla folla che lo urtava e lo spingeva senza 
curarsi di lui , gli pareva di essere più solo di 
quando era coi puledri nelle lande di Passanitello. 
e si sentiva voglia di piangere. Finalmente mas- 
saro Agrippino lo incontrò nella piazza , che an- 
dava di qua e di là colle braccia ciondoloni, goden- 
dosi la festa, e cominciò a gridargli dietro — Oh! 
Jeli! oh! — e se io menò a casa. Mara era in 
gran gala, con tanto d'orecchini che le sbattevano 
sulle guancie, e stava sull'uscio, colle mani sulla 
pancia, cariche d'anelli, ad aspettare che imbrunisse 
per andare a vedere i fuochi. 

■ — Oh! gli disse Mara, sei venuto anche tu per 
la festa di San Giovanni! 

Jeli non avrebbe voluto entrare perchè era ve- 
stito male, però massaro Agrippino lo spinse per 
le spalle dicendogli che non si vedevano allora 
per la prima volta, e che si sapeva che era ve- 



q JELI IL PASTORE. 

nuto per la fiera coi puledri del padrone. La gnà 
Lia gli versò un bel bicchiere di vino e vollero 
condurlo con loro a veder la luminaria, insieme 
alle comari ed ai vicini. 

Arrivando in piazza, Jeli rimase a bocca aperta 
dalla meraviglia ; tutta la piazza pareva un mare 
di fuoco, come quando si incendiavano le steppie, 
per il gran numero di razzi che i devoti accen- 
devano sotto gli occhi del santo, il quale stava a 
goderseli dall'imboccatura del Rosario, tutto nero 
sotto il baldacchino d'argento. I devoti andavano 
e venivano fra le fiamme come tanti diavoli , e 
c'era persino una donna discinta, spettinata, cogli 
occhi fuori della testa, che accendeva i razzi an- 
ch'essa, e un prete colla sottana nera, senza cap- 
pello, che pareva un ossesso dalla devozione. 

— Quello lì è il figliuolo di massaro Neri , 
il fattore della Salonia, e spende più di dieci lire 
di razzi! diceva la gnà Lia accennando a un gio- 
vinetto che andava in giro per la piazza tenendo 
due razzi alla volta nelle mani , pari di due can- 










JELI IL PASTORE. 91 

dele, sicché tutte le donne se lo mangiavano co- 
gli occhi, e gli gridavano — Viva San Giovanni. 

— Suo padre è ricco e possiede più di venti 
capi di bestiame , aggiungeva massaro Agrippino. 

Mara sapeva anche che aveva portato lo sten- 
dardo grande, nella processione e lo reggeva di- 
ritto come un fuso, tanto era forte e bel giovane. 

Il figlio di massaro Neri pareva che li sentisse, 
e accendesse i suoi razzi per la Mara, facendo la 
ruota dinanzi a lei; e dopo che i fuochi furono 
cessati si accompagnò con loro, e li condusse al 
ballo, e al cosmorama, dove si vedeva il mondo 
vecchio e il mondo nuovo, pagando lui per tutti, 
anche per Jeli il quale andava dietro la comitiva 
come un cane senza padrone , a veder ballare il 
figlio di massaro Neri colla Mara, la quale girava 
in tondo e si accoccolava come una colombella 
sulle tegole , e teneva tesa con bel garbo una 
cocca del grembiale , e il figlio di massaro Neri 
saltava come un puledro , tanto che la gnà Lia 
piangeva come uni bimba dalla consolazione , e 



9 2 JELI IL PASTORE. 

massaro Agrippino faceva cenno di sì col capo , 
che la cosa andava bene. 

Infine , quando furono stanchi , se ne anda- 
rono di qua e di là nel passeggio , trascinati dalla 
folla come fossero in mezzo a una fiumana, a ve- 
dere i trasparenti illuminati , dove tagliavano il 
collo a San Giovanni , che avrebbbe fatto pietà 
agli stessi turchi, e il santo sgambettava come un 
capriuolo sotto la mannaja. Lì vicino c'era la banda 
che suonava, sotto un gran paracqua di legno tutto 
illuminato, e nella piazza c'era una folla tanto 
grande che mai s' erano visti alla fiera tanti cri- 
stiani. 

Mara andava al braccio del figlio di massaro 
Neri come una signorina, e gli parlava nell'orec- 
chio, e rideva che pareva si divertisse assai. Jeli 
non ne poteva più dalla stanchezza , e si mise a 
dormire seduto sul marciapiede fin quando lo sve- 
gliarono i primi petardi del fuoco d'artifizio. In 
quel momento Mara era sempre al fianco del fi- 
glio di massaro Neri, gli si appoggiava colle due 






JELI IL PASTORE. 9^ 

mani intrecciate sulla spalla, e al lume dei fuochi 
colorati sembrava ora tutta bianca ed ora tutta 
rossa. Quando scapparono pel cielo gli ultimi razzi 
in lolla , il tìglio di massaro Neri , si voltò verso 
di lei, verde in viso, e le diede un bacio. 

Jeli non disse nulla , ma in quel punto gli si 
cambiò in veleno tutta la festa che aveva goduto 
sin allora, e tornò a pensare a tutte le sue disgra- 
zie che gli erano uscite di mente , e che era ri- 
masto senza padrone, e non sapeva più che fare, 
ne dove andare, e non aveva più né pane né tetto, 
che potevano mangiarselo i cani al pari dello stel- 
lato il quale era rimasto in fondo al burrone, 
scuoiato sino agli zoccoli. 

Intanto attorno a lui la gente faceva, gazzara 
ancora nel buio che si era fatto, Mara colle com- 
pagne saltava, e cantava per la stradicciuola sassosa, 
mentre tornavano a casa. 

— Buona notte! Buona notte! andavano dicendo 
le compagne a misura che si lasciavano per la strada. 

Mara dava la buona notte, che pareva che can- 






94 JELI IL PASTORE. 

tasse, tanta contentezza ci aveva nella voce e il 
figlio di massaro Neri poi sembrava proprio che 
non volesse lasciarla andare più , mentre massaro 
Agrippino e la gnà Lia litigavano neh' aprire l'u- 
scio di casa. Nessuno badava a Jeli, soltanto mas- 
saro Agrippino si rammentò di lui , e gli chiese : 

— Ed ora dove andrai? 

— Non lo so — disse Jeli. 

— Domani vieni a trovarmi, e t'aiuterò a cer- 
car d'allogarti. Per stanotte torna in piazza dove 
siamo stati a sentir suonare la banda; un posto 
su qualche panchetta lo troverai, a e dormire allo 
scoperto tu devi esserci avvezzo. 

Jeli e' era avvezzo , ma quello che gli fii ceva 
pena era che Mara non gli diceva nulla, e lo la- 
sciasse a quel modo sull'uscio come un pezzente; 
e il domani, tornando a cercar di massaro Agrip- 
pino, appena furono soli colla ragazza le disse : 

— Oh gnà Mura! come li scordate gli amici! 

— Oh, sei tu Jeli? disse Mara. No, io non ti 
ho scordato. Ma ero così stanca dopo i fuochi! 







JELI IL PASTORE. 95 

— Gli volete bene almeno, al figlio di massaro 
Neri? chiese lui voltando e rivoltando il bastone 
fra le mani. 

— Che discorsi andate facendo ! rispose brusca- 
mente la gnà Mara. Mia madre è di là che sente 
tutto. 

Massaro Agrippino gli trovò da allogarlo come 
pecoraio alla Salonia, dov'era fattore massaro Neri, 
ma siccome Jeli era poco pratico del mestiere si 
dovette contentare di una grossa diminuzione di 
salario. 

Adesso badava alle sue pecore , e ad imparare 
come si fa il formaggio, e la ricotta , e il cacio- 
cavallo, e ogni altro frutto di mandra , ma fra le 
chiacchiere che si facevano alla sera nel. cortile 
cogli altri pastori e contadini , mentre le donne 
sbucciavano le fave della minestra, se si veniva a 
parlare del figlio di massaro Neri , il quale si 
prendeva in moglie Mara di massaro Agrippino , 
Jeli non diceva più nulla , e nemmeno osava di 
aprir bocca. Una volta che il campajo lo motteg- 



9^ JELI IL PASTORE. 

giò dicendogli che Mara non aveva voluto saperne 
più di lui, dopo che tutti avevano detto che sa- 
rebbero stati marito e moglie, Jeli che badava alla 
pentola in cui bolliva il latte, rispose facendo scio- 
gliere il caglio adagio adagio: 

— Ora Mara si è fotta più bella col crescere, 
che sembra una signora. 

Però siccome egli era paziente e laborioso, im- 
parò presto ogni cosa del mestiere meglio di uno 
che ci fosse nato, e siccome era avvezzo a star 
colle bestie amava le sue pecore come se le avesse 
fatte lui, e quindi il male alla Salonia non faceva 
tanta strage , e la mandra prosperava eh' era un 
piacere per massaro Neri tutte le volte che ve- 
niva alla fattoria , tanto clic ad anno nuovo si 
persuase ad indurre il padrone perchè aumen- 
tasse il salario di Jeli , sicché costui venne ad 
avere quasi quello che prendeva col fare il guar- 
diano dei cavalli. Ed erano danari bene spesi, che 
Jeli non badava a contar le miglia e miglia per 
cercare i migliori pascoli ai suoi animali, e se le 







JELI IL PASTORE. 97 

pecore figliavano o erano malate se le portava a 
pascolare dentro le bisaccle dell'asinelio, e si re- 
cava in collo gli agnelli che gli- belavano sulla 
taccia col muso fuori del sacco , e gli poppavano 
le orecchie. Nella nevigata famosa della notte di 
Santa Lucia la neve cadde alta quattro palmi nel 
Ici^o merlo alla Salonia , e tutto all' intorno per 
miglia e miglia che non si vedeva altro per tutta 
la campagna, come venne il giorno, — e delle pe- 
core non sarebbero rimaste nemmeno le orecchie, 
se Jeli non si fosse alzato nella notte tre o 
quattro volte a cacciare le pecore pel chiuso , 
così le povere bestie si scuotevano la neve di 
dosso , e non rimasero seppellite come tante ce 
ne furono nelle mandre vicine — a quel che disse 
Massaro Agrippino quando venne a dare un' oc- 
chiata ad un campicello di fave che ci aveva alla 
Salonia, e disse pure che di quell'altra storia del 
figlio di massaro Neri , il quale doveva sposare 
sua figlia Mara , non era vero niente , che Mara 
aveva tutt'altro per i! capo. 



Verga. Cavalleria rusticana. 



9^ JELI IL PASTORE. 

— Se avevano detto che dovevano sposarsi a 
Natale, disse Jeli. 

— Non è vero niente, non dovevano sposare nes- 
suno; tutte chiacchiere di gente invidiosa che si im- 
mischia negli affari altrui; rispose massaro Agrippino. 

Però il campajo , il quale la sapeva più lunga , 
per averne sentito parlare in piazza, quando an- 
dava in paese la domenica, raccontò invece la cosa 
tale e quale com'era, dopo che massaro Agrippino 
se ne fu andato: Non si sposavano più perchè 
il figlio di massaro Neri aveva risaputo che Mara 
di massaro Agrippino se la intendeva con don 
Alfonso, il signorino, il quale aveva conosciuta 
Mara da piccola; e massaro Neri aveva detto che 
il suo ragazzo voleva che fosse onorato come suo 
padre, e delle corna in casa non ne voleva altre 
che quelle dei suoi buoi. 

Jeli era lì presente anche lui, seduto in circolo 
cogli altri a colezione , e in quel momento stava 
affettando il pane. Egli non disse nulla, ma l'ap- 
petito gli andò via per quel giorno. 



JKLI IL PASTORI-. 99 

Mentre conduceva al pascolo le pecore tornò a 
pensare a Mara quando era ragazzina, che stavano 
insieme tutto il giorno e andavano nella valle d:l 
latitano e sul poggio. a la Croce, ed ella stava a 
guardarlo col mento in aria mentre egli si arram- 
picava a prendere i nidi sulle cime degli alberi; e 
pensava anche a don Alfonso il quale veniva a tro- 
varlo dalla villa vicina e si sdraiavano bocconi sul- 
l'erba a stuzzicare con un ruscellino i nidi di grilli; 
Tutte quelle cose andava rimuginando per ore ed 
ore, seduto sull'orlo del fossato, tenendosi i ginoc- 
chi fra le braccia, e i noci alti di Tebidi, e le folte 
macchie dei valloni, e le pendici delle colline verd" 
di sommacchi, e gli ulivi grigi che si addossavano 
nella valle come nebbia, e i tetti rossi del casa- 
mento, e il campanile « che sembrava un manico 
di saliera » fra gli aranci del giardino. — Qui 
la campagna gli si stendeva dinanzi brulla, deserta, 
chiazzata dall'erba riarsa, sfumando silenziosa nel- 
l'afa lontana. 

In primavera, appena i baccelli delle fave co- 






IOO JELI IL PASTORE. 

minciavano a piegare il capo, Mara venne alla Sa- 
Ionia col babbo e la mamma, e il ragazzo e 1' a- 
sinello, a raccogliere le fave, e tutti insieme ve- 
nivano a dormire alla fattoria per quei due o tre 
giorni che durò la raccolta. Jelì in tal modo ve- 
deva la ragazza mattina e sera, e spesso sedevano 
accanto sul muriecitiolo dell'ovile, a discorrere in-i 
sieme , mentre il ragazzo contava le pecore. — 
Mi pare d'essere a Tebidi, diceva Mara , quando 
eravamo piccoli , e stavamo sul ponticello della 
viottola. 

Jeli si rammentava di ogni cosa anche lui, seb- 
bene non dicesse nulla perchè era stato sempre 
un ragazzo giudizioso e di poche parole. 

Finita la raccolta , alla vigilia della partenza , 
Mara venne a salutare il giovanotto, nel tempo 
che ei. stava facendo la ricotta, ed era tutto in- 
tento a raccogliere il siero colla cazza. — Ora ti 
dico addio, gli disse ella perchè domani torniamo 
a Vizzini. 

— Come sono andate le fave? 







JELI IL PASTORE. IOJ 

« — Male sono andate ! la lupa le ha mangiate 
tutte questo anno. 

— Dipende dalla pioggia che è stata scarsa , 
disse Jeli, noi siamo stati costretti ad uccidere an- 
che le agnelle perchè non avevano da mangiare ; 
su tutta la Salonia non è venuta tre dita di erba. 

— Ma a te poco te ne importa. Il salario l'hai 
sempre, buona o mal'annata! 

— Sì, è vero, disse lui: ma mi rincresce dare 
quelle povere bestie in mano al beccajo. 

— Ti ricordi quando sei venuto per la festa 
di San Giovanni, ed eri rimasto senza padrone? 

«- Sì, me ne ricordo. 

— Fu mio padre che ti allogò qui, da massaro 
Neri. 

— E tu perchè non 1' hai sposato il figlio di 
massaro Neri? 

— Perchè non e era la volontà di Dio. — 
Mio padre è stato sfortunato , riprese di lì a 
poco. Dacché ce ne siamo andati a Marineo 
ogni cosa ci è riescita male. La fava, il seminato 






102 JELI IL PASTORE. 

quel pezzetto di vigna che ci abbiamo lassù. Poi 
mio fratello è andato soldato, e ci è morta pure 
una mula che valeva qunrant'onze. 

— Lo so, rispose Jeli, la mula baia! 

— Ora che abbiamo perso la roba , chi vuoi 
che mi sposi? 

Mara andava sminuzzando uno sterpolino di 
pruno, mentre parlava, col mento sul seno, e gli 
occhi bassi, e col gomito stuzzicava un po'il go- 
mito di Jeli, senza badarci. Ma Jeli cogli occhi 
sulla zangola anche lui non rispondeva nulla; ed 
ella riprese: 

— A Tebidi dicevano che saremmo stati ma- 
rito e moglie, lo rammenti? 

— Sì, disse Jeli, e posò la cazza sull'orlo della 
zangola. Ma io sono un povero pecoraio e non 
posso pretendere alla figlia di un massaro come 
sei tu. 

La Mara rimase un pochino zitta e poi disse: 

— Se tu mi vuoi, io per me ti piglio volen- 
tieri. 



JELI IL PASTORE. Io3 

— Davvero? 

— Sì, davvero, 

— E massaro Agrippino che cosa dirà? 

— Mio padre dice che ora il mestiere lo sai , 
e tu non sei di quelli che vanno a spendere il loro 
salario, ma di un soldo ne fai due, e non mangi 
per non consumare il pane, così arriverai ad aver 
delle pecore anche tu, e ti farai ricco. 

— Se è così, conchiuse Jeli, ti piglio volentieri 
anch'io. 

— To'! gli disse Mara come si era finto buio, 
e le pecore andavano tacendosi a poco a poco. 
Se vuoi un bacio adesso te lo dò, perchè saremo 



Jeli se lo prese in santa pace , e non sapendo 
che dire soggiunse: 

— Io t'ho sempre voluto bene, anche quando 
volevi lasciarmi pel figlio di massaro Neri; ma 
non ebbe cuore di dirgli di quell'altro. 

— Non lo vedi? eravamo destinati! conchiuse 
Mara. 



104 J ELI IL PASTORE. 

Massaro Agrippino infatti disse di sì, e la gnà Lia 
mise insieme presto presto un giubbone nuovo , 
e un paio di brache di velluto per il genero. Mara 
era bella e fresca come una rosa, con quella man- 
tellina bianca che sembrava T agnello pasquale , e 
quella collana d'ambra che le faceva il collo bianco; 
sicché J eli quando andava per le strade al fianco 
di lei, camminava impalato, tutto vestito di panno 
e di velluto nuovo, e non osava soffiarsi il naso, 
col fazzoletto di seta rosso, per non farsi scorgere, 
e i vicini e tutti quelli che sapevano la storia di Don 
Alfonso gli ridevano sul naso. Quando Mara disse 
sissignore, e il prete gliela diede in moglie con un 
gran crocione, Jeli se la condusse a casa, e gii 
parve che gli avessero dato tutto l'oro della Ma- 
donna, e tutte le terre che aveva visto cogli occhi. 

— Ora che siamo marito e moglie, — le disse 
giunti a casa , seduto di faccia a lei e facendosi 
piccino piccino . — ora che siamo marito e mo- 
glie posso dirtel che non mi par vero come tu 
m'abbia voluto... mentre avresti potuto prenderne 



JELI IL PASTORE. 



IOO 



tanti meglio di me... così bella e graziosa come 
sei!... 

Il poveraccio non sapeva dirle altro, e non capiva 
nei panni nuovi dalla contentezza di vedersi Mara 
per la casa, che rassettava e toccava ogni cosa, e 
faceva la padrona. Egli non trovava il verso di 
spiccicarsi dall'uscio per tornarsene alla Salonia ; 
quando fu venuto il lunedì, indugiava nell' asset- 
tare sul basto dell' asinelio le bisacce e il tabarro 
e il paracqua incerato. — Tu dovresti venirtene 
alla Salonia anche te! diceva alla moglie che stava 
a guardarlo dalla soglia. Tu dovresti venirtene con 
me. — Ma la donna si mise a ridere, e gli rispose 
che ella non era nata a far la pecoraia , e non 
aveva nulla da andare a farci alla Salonia. 

Infatti Mara non era nata a far la pecoraia , e 
non ci era avvezza alla tramontana di gennaio 
quando le mani si irrigidiscono sul bastone, e sem- 
bra che vi caschino le unghie, e ai furiosi acquaz- 
zoni, in cui l'acqua vi penetra fino alle ossa, e 
alla polvere soffocante delle strade, quando le pe- 



106 JELI IL PASTORE. 

core camminano sotto il sole cocente, e al giaci- 
glio duro e al pane muffito, e alle lunghe gior- 
nate silenziose e solitarie, in cui per la campagna 
arsa non si vede altro di lontano , rare volte , 
che qualche contadino nero dal sole , il quale si 
spinge innanzi silenzioso 1' asinelio, per la strada 
bianca e interminabile. Almeno Jeli sapeva che 
Mara stava al caldo sotto le coltri, o filava da- 
vanti al fuoco, in crocchio colle vicine, o si go- 
deva il sole sul ballatojo, mentre egli tornava dal 
pascolo stanco ed assetato, o fradicio di pioggia, 
o quando il vento spingeva la neve dentro il ca- 
solare , e spegneva il fuoco di sarmenti. Ogni 
mese Mara andava a riscuotere il salario dal pa- 
drone, e non le mancavano né le uova nel pol- 
laio, ne l'olio nella lucerna, né il vino nel fiasco. 
Due volte al mese poi Jeli andava a trovarla, ed 
ella lo aspettava sul ballatojo, col fuso in mano; e 
dopo che egli avea legato l'asino nella stalla e toltogli 
il basto, messogli la biada nella greppia, e riposta 
la legna sotto la tettoja nel cortile , o quel che 



JELI IL PASTORI- 



IO- 



portava in cucina, Mara l'aiutava ad appendere il 
tabarro al chiodo , e a togliersi le gambiere di 
pelle , davanti al focolare , e gli versava il vino, 
metteva a bollire la minestra , apparecchiava il 
desco , cheta cheta e previdente come una brava 
massaia, nel tempo stesso che gli parlava di que- 
sto e di quello, della chioccia che aveva messo 
a covare, della tela che era sul telaio, del vitello 
che allevavano , senza dimenticare una sola delle 
faccenduole che andava facendo. Jeli quando si 
trovava in casa sua , si sentiva d' essere di più 
del papa. 

Ma la notte di Santa Barbara tornò a casa ad 
ora insolita , che tutti i lumi erano spenti nella 
stradicciuola, e l'orologio della città suonava la 
mezzanotte. Egli veniva perchè la cavalla che il 
padrone aveva lasciata al pascolo s' era ammalata 
all'improvviso, e si vedeva chiaro che quella era 
cosa che ci voleva il maniscalco subito subito , e 
ce n'era voluto per condurla sino in paese, colla 
pioggia che cadeva come una fiumara , e colle 



108 JELI IL PASTORE. 

jtrade dove si sprofondava sino a mezza gamba. 
Tuttavia ebbe un bel bussare e chiamar Mara da 
dietro l'uscio, gli toccò d'aspettare mezzora sotto 
la grondaja, sicché l'acqua gli usciva dalle calca- 
gna. Sua moglie venne ad aprirgli finalmente , b 
cominciò a strapazzarlo peggio che se fosse stata 
lei a scorazzare per i campi con quel tempaccio. 
— O cos'hai ? gli domandava lui, 

— Ho che m'hai fatto paura a quest'ora! che 
ti par ora da cristiani questa? Domani sarò am- 
malata! 

— Va a coricarti, il fuoco l'accenderò io % 

— No, bisogna che vada a prender la legna. 

— Andrò io. 

— No, ti dico! 

Quando Mara ritornò- colla legna nelle bracci i 
Jeli le disse: 

Perchè hai aperto l'uscio del cortile? Non 

ce n'era più di legna in cucina? 

— No, sono andata a prenderla sotto la tet- 
to j a. 



JELI IL PASTORE. io 9 

Ella si lasciò baciare, fredda fredda, e volse il 
capo dall'altra parte. 

— Sua moglie lo lascia a infradiciare dietro 
l'uscio, dicevano i vicini, quando in casa e' è il 
tordo 1 

Ma Jeli non sapeva nulla, eh 5 era becco, né gli 
altri si curavano di dirglielo , perchè a lui non 
gliene importava niente, e s'era accollata la donna 
col danno, dopo che il figlio di massaro Neri l'a- 
veva piantata per aver saputo la storia di don Al- 
fonso. Jeli invece ci viveva beato e contento nel 
vituperio, e s'ingrassava come un majale, « che le 
corna sono magre , ma mantengono la casa 



grassa ! » 



Una volta infine il ragazzo della mandra glielo 
disse in faccia, mentre si abbaruffavano per le pezze 
di formaggio che si trovavano tosate. — Ora che 
don Alfonso vi ha preso la moglie , vi pare di 
essere suo cognato , e avete messo superbia che 
vi par di essere un re di corona con quelle corna 
che avete in testa. 



HO JHLI IL PASTORE. 

Il fattóre e il campajo si aspettavano [di veder 
scorrere il sangue a quelle parole; ma invece Jeli 
rimase istupidito come se non le avesse udite, o 
come se non fosse stato fatto suo , con una fac- 
cia da bue che le corna gli stavano bene davvero. 

Ora si avvicinava la Pasqua e il fattore man- 
dava tutti gli uomini della fattoria a confessarsi, 
colla speranza che pel timor di Dio non rubas- 
sero più. Jeli andò anche lui e all'uscir di chiesa 
cercò del ragazzo con cui erano corse quelle pa- 
role e gli buttò le braccia al collo dicendogli: 

— Il confessore mi ha detto di perdonarti; ma 
io non sono in collera con te per quelle chiac- 
chiere; e se tu non toserai più il formaggio a me 
non me ne importa nulla di quello che mi hai 
detto nella collera. 

Fu da quel momento che lo chiamarono per 
soprannome Conia d'oro, e il soprannome gli ri- 
mase, a lui e tutti i suoi, anche dopo che ci si 
lavò le corna nel sangue. 

La Mara era andata a confessarsi anche lei, e 







JELI IL PASTORE. Ili 

tornava di chiesa tutta raccolta nella mantellina , 
e cogli occhi bassi che sembrava una santa Ma- 
ria Maddalena. Jeli il quale 1' aspettava taciturno 
sul ballatojo, come la vide venire a quel modo, 
che si vedeva come ci avesse il Signore in corpo, 
la stava a guardare pallido pallido dai piedi alla 
testa, come la vedesse per la prima volta, o gliela 
avessero cambiata la sua Mara, e quasi non osava 
alzare gli occhi su di lei, mentre ella sciorinava 
la tovaglia, e metteva in tavola le scodelle, tran- 
quilla e pulita al suo solito. 

Poi dopo averci pensato un gran pezzo le do- 
mandò: 

— È vero che te la intendi con don Alfonso? 
Mara gli piantò in faccia i suoi occhioni neri 

neri, e si fece il segno della croce. — Perchè vo- 
lete farmi far peccato in questo giorno! esclamò. 

— Io non ci ho creduto, perchè con don Al- 
fonso eravamo sempre insieme , quando eravamo 
ragazzi, e non passava giorno eh' ei non venisse 
a Tebidi, quand'era in campagna lì vicino. E poi 



112 JELI IL PASTORE. 

egli è ricco che i denari li ha a palate, e se vo- 
lesse delle donne potrebbe maritarsi, ne gli man- 
cherebbe la roba, o il pane da mangiare. 

Mara però andavasi riscaldando, e cominciò 
a strapazzarlo in mal modo, sicché il poveraccio 
non osava alzare il naso dal piatto. 

Infine perchè quella grazia di Dio che stavano 
mangiando non andaste in tossico Mara cambiò 
discorso, e gli domandò se ci avesse pensato a 
far zappare quel po' di lino che avevano semi- 
nato nel campo delle fave. 

— Sì, rispose Jeli, e li lino verrà bene. 

— Se è così, disse Mara, in questo inverno ti 
farò due camicie nuove che ti terranno caldo. 

Insomma Jeli non lo capiva quello che vuol 
dire becco, e non sapeva cosa fosse la gelosia; 
ogni cosa nuova stentava ad entrargli in capo , e 
questa poi gli riesci va così grossa che addirittura 
Riceva una fatica del diavolo ad entrarci; massime 
allorché si vedeva dinanzi la sua Mara , tanto 
bella, e bianca , e pulita , che 1' aveva voluto ella 






[ELI IT PASTORE. Il3 

stessa, ed alla quale egli aveva pensato tanti anni e 
tanti anni, fin da quando era ragazzo, che il giorno 
in cui gli avevano detto com'elia volesse sposarne 
un'altro non aveva avuto più cuore di mangiare 
o di bere tutto il giorno — ed anche se pensava 
a don Alfonso , col quale erano stati tante volte 
insieme , ed ei gli portava ogni volta dei dolci e 
del pane bianco , gli pareva di averlo tuttora di- 
nanzi agli occhi con quei vestitini nuovi, e i cap- 
pelli ricciuti , e il viso bianco e liscio come una 
fanciulla, e dacché non lo aveva più visto, perchè 
egli era un povero pecoraio, e stava tutto l'anno 
in campagna , gli era sempre rimasto in cuore a 
quel modo. Ma la prima volta che per sua disgra- 
zia rivide don Alfonso , dopo tanti anni , Jeli si 
sentì dentro come se lo cuocessero. Don Alfonso 
s'era fiuto grande, da non sembrare più quello; 
ed ora aveva una bella barba ricciuta al pari dei 
capelli, e una giacchetta di velluto , e una cate- 
nella d'oro sul panciotto. Però riconobbe Jeli, e 
gli battè anche sulle spalle salutandolo. Era ve- 

Verga. Cavalleria rusticana. 8 



114 J ELI IL PASTORE. 

nuto col padrone della fattoria insieme a una bri- 
gata d'amici, a fare una scampagnata nel tempo 
che si tosavano le pecore; ed era venuta pure 
Mara all'improvviso col pretesto che era incinta 
e aveva voglia di ricotta fresca. 

Era una bella giornata calda, nei campi biondi, 
colle siepi in fiore , e i lunghi filari verdi delle 
vigne, le pecore saltellavano e belavano dal pia- 
cere, al sentirsi spogliate da tutta quella lana , e 
nella cucina le donne facevano un gran fuoco per 
cuocere la gran roba che il padrone aveva por- 
tato per il desinare. I signori intanto che aspetta- 
vano si erano messi all' ombra , sotto i carrubi , 
e facevano suonare i tamburelli e le cornamuse, 
e ballavano colle donne della fattoria che parevano 
tutt' una cosa. Jeli mentre andava tosando le pe- 
core, si sentiva qualcosa dentro di se, senza sapere 
perchè, come uno spino, come un chiodo , come 
una forbice che gli lavorasse internamente minuta 
minuta, come un veleno. Il padrone aveva ordi- 
nato che gli sgozzassero due capretti, e il castrato 







JELI IL PASTORE. Il5 

di un anno, e dei polli, e un tacchino. Insomma 
voleva fare le cose in grande, e senza risparmio, 
per farsi onore coi suoi amici , e mentre tutte 
quelle bestie schiamazzavano dal dolore , e i ca- 
pretti strillavano sotto il coltello , Jeli si sentiva 
tremare le ginocchia e di tratto in tratto gli pa- 
reva che la lana che andava tosando e Y erba in 
cui le pecore saltellavano avvampassero di sangue. 

— Non andare ! disse egli a Mara , come don 
Alfonso la chiamava perchè venisse a ballare co- 
gli altri. Non andare, Mara! 

— Perchè? 

— Non voglio che tu vada. Non andare ! 

— Lo senti che mi chiamano. 

Egli non profferiva più alcuna parola intelligi- 
bile , mentre stava curvo sulle pecore che to- 
sava. Mara si strinse nelle spalle, e se ne andò 
a ballare. Ella era rossa ed allegra cogli occhi 
neri che sembravano due stelle , e rideva che le 
si vedevano i denti bianchi , e tutto Y oro che 
aveva indosso le sbatteva e le scintillava sulle 



» 



Il6 JELI IL PASTORE. 

guancie e sul petto che pareva la Madonna tale 
e quale. Jeli s' era rizzato sulla vita , colla lunga 
forbice in pugno, e così bianco in viso, così bianco 
come aveva visto una volta suo padre il vaccajo, 
quando tremava di febbre accanto al fuoco , nel 
casolare. Tutt' a uri tratto come vide che don 
Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta 
di velluto e la catenella d'oro sul panciotto, prese 
Mara per la mano per ballare , solo allora, come 
vide che la toccava , si slanciò su di lui , e gli 
tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un 
capretto. 

Più tardi , mentre lo conducevano dinanzi al 
giudice, legato, disfatto, senza che avesse osato 
opporre la menoma resistenza. 

— Come! — diceva — Non dovevo ucciderlo 
nemmeno?... Se mi aveva preso la Mara!... 






ROSSO MALPELO. 




• 



Malpelo si chiamava cosi perchè aveva i capelli 
rossi; ed aveva i capelli rossi perchè era un ra- 
gazzo malizioso e cattivo, che prometteva di rie- 
scire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della 
rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua 
madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva 
quasi dimenticato il suo nome di battesimo. 

Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, 
quando tornava a casa con quei pochi soldi della 
settimana; e siccome era malpelo c'era anche a 
temere che ne sottraesse un paio di quei soldi; 



120 ROSSO MALPELO. 

e nel dubbio, per non sbagliare, la sorella mag- 
giore gli faceva la ricevuta a scapaccioni. 

Però il padrone della cava aveva confermato che 
i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano 
anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nes- 
suno avrebbe voluto vedersi davanti, e che tutti 
schivavano come un can rognoso, e lo accarezza- 
vano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro. 

Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, rin- 
ghioso, e selvatico. Ai mezzogiorno, mentre tutti 
gli altri operai della cava si mangiavano in croc- 
chio la loro minestra, e facevano un po' di ricrea- 
zione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello 
fra le gambe, per rosicchiarsi quel suo pane di 
otto giorni, come fanno le bestie sue pari; e cia- 
scuno gli diceva la sua motteggiandolo, e gli ti- 
ravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava 
al lavoro con una pedata. Ei c'ingrassava fra i cale 
e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio, senza 
osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e lordo di 
rena rossa, che la sua sorella s'era fitta sposa, e 






ROSSO MALPELO. T2I 

aveva altro pel capo: nondimeno era conosciuto 
come la bettonica per tutto Monserrato e la Car- 
vana, tanto che la cava dove lavorava la chiama- 
vano a la cava di Malpelo », e cotesto al padrone 
gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura 
per carità e perchè mastro Misciu, suo padre, era 
morto nella cava. 

Era morto così, che un sabato aveva voluto ter- 
minare certo lavoro preso a cottimo, di un pila- 
stro lasciato altra volta per sostegno nella cava, e 
che ora non serviva più, e s' era calcolato così ad 
occhio col padrone per 35 o 40 carra di rena. In- 
vece mastro Misciu sterrava da tre giorni e ne 
avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. 
lira stato un magro affare e solo un minchione 
come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare 
a questo modo dal padrone; perciò appunto lo 
chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l'asino 
da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, 
lasciava dire e si contentava di buscarsi il pane colle 
sue braccia, invece di menarle addosso ai compa- 



123 ROSSO MALPELO. 

gni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio 
come se quelle soperchierie cascassero sulle sue 
spalle, e così piccolo com'era aveva di quelle oc- 
chiate che facevano dire agli altri: — Va là, che 
tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre. 

Invece nemmen suo padre ci morì nel suo letto, 
tuttoché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo 
sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non 
l'avrebbe tolto per venti onze, tanto era perico- 
loso; ma d'altra parte tutto è pericoloso nelle cave, 
e se si sta a badare al pericolo, è meglio andare 
a fare l'avvocato. 

Adunque il sabato sera mastro Mischi raschiava 
ancora il suo pilastro che l'avemaria era suonata 
da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano ac- 
cesa la pipa e se n'erano andati dicendogli di di- 
vertirsi a grattarsi la pancia per amor del padrone, 
e raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. 
Ei, che c'era avvezzo alle beffe, non dava retta, e 
rispondeva soltanto cogli ah! ah! dei suoi bei colpi 
di zappa in pieno; e intanto borbottava: — Que- 







ROSSO MALPELO. I 2 3 

sto è per il pane! Questo pel vino! Questo per 
la gonnella di Nunziata! — e così andava facendo 
il conto del come avrebbe speso i denari del suo 
appalto — il cottimante! 

Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e 
laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un 
arcolaio; ed il grosso pilastro rosso, sventrato a 
colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco 
come se avesse il mal di pancia, e dicesse: ohi! ohi! 
anch'esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, 
e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed 
il fiasco del vino. Il padre che gli voleva bene, 
poveretto, andava dicendogli: « Tirati indietro! » 
oppure a Sta attento ! Sta attento se cascano dal- 
l' alto dei sassolini o della rena grossa. » Tutt' a 
un tratto non disse più nulla, e Malpelo, che si 
era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un 
rumore sordo e soffocato, come fa la rena allor- 
ché si rovescia tutta in una volta ; ed il lume si 
spense. 

Quella sera in cui vennero a cercare in tutta 



1^4 ROSSO MALPELO. 

fretta V ingegnere che dirigeva i lavori della cava, 
ei si trovava a teatro, e non avrebbe cambiato la 
sua poltrona con un trono, perch' era gran dilet- 
tante. Rossi rappresentava Y Amleto, e c'era un 
bellissimo teatro. Sulla porta si vide accerchiato 
da tutte le femminucce di Monserrato, che stril- 
lavano e si picchiavano il petto per annunziare la 
gran disgrazia ch'era toccata a comare Santa, la 
sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i 
denti quasi fosse in gennaio. L'ingegnere, quando 
gli ebbero detto che il caso era accaduto da circa 
quattro ore, domandò cosa venissero a fare da lui 
dopo quattro ore. Nondimeno ci andò con scale e 
torcie a vento, ma passarono altre due ore, e fe- 
cero sei, e lo. sciancato disse, che a sgomberare il 
sotterraneo dal materiale caduto ci voleva una set- 
timana. 

Altro che quaranta carra di rena! Della rena ne 
era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata 
dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani e 
dovea prendere il doppio di calce. Ce n'era da 



ROSSO MALPELO. 125 

riempire delle carra per delle settimane. Il bell'af- 
fare di mastro Bestia! 

L'ingegnere se ne tornò a veder seppellire Ofe- 
lia; e gii altri minatori si strinsero nelle spalle, e 
se ne tornarono a casa ad uno ad uno. Nella ressa 
e nel gran chiacchierìo non badarono a una voce 
di fanciullo, la quale non aveva più nulla di umano, 
e strillava: — Scavate! scavate qui! presto! — To'! 
— disse lo sciancato — è Malpelo ! — Da dove 
è venuto fuori Malpelo? — Se tu non fossi stato 
Malpelo, non te la saresti scappata, no! — Gli 
altri si misero a ridere, e chi diceva che Malpelo 
;\Yt,\ il diavolo dalla sua, un altro che avea il cuoio 
duro a mo' dei gatti. Malpelo non rispondeva nulla, 
non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà 
nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s'era 
accorto di lui; e quando si accostarono col lume 
gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci inve- 
trati, e tale schiuma alla bocca da far paura; le 
unghie gli si erano strappate e gli pendevano dalle 
mani tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo 



126 ROSSO MALPELO. 

di là fu un affar serio; non potendo più graffiare, 
mordeva come un cane arrabbiato e dovettero 
afferrarlo pei capelli , per tirarlo via a viva forza. 
Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, 
quando sua madre piagnuccolando ve lo condusse 
per mano; giacché, alle volte il pane che si man- 
gia non si può andare a cercarlo di qua e di là. 
Anzi non volle più allontanarsi da quella galleria, 
e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello di 
rena lo levasse di sul petto a suo padre. Alle volte 
mentre zappava, si fermava bruscamente, colla zappa 
in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, e sem- 
brava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il 
suo diavolo gli susurrava negli orecchi, dall'altra 
parte della montagna di rena caduta. In quei giorni 
era più tristo e cattivo del solito, talmente che 
non mangiava quasi, e il pane lo buttava al cane, 
come se non fosse grafia di Dio. Il cane gli vo- 
leva bene, perchè i cani non guardano altro che 
la mano la quale dà loro il pane. Ma Y asino gri- 
gio, povera bestia, sbilenca e macilenta, sopportava 






ROSSO MALPELO. 127 

tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ci lo 
picchiava senza pietà, col manico della zappa, e 
borbottava : — Cosi creperai più presto ! 

Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse 
entrato il diavolo in corpo, e lavorava al pari di 
quei bufali feroci che si tengono coli' anello di ferro 
al naso. Sapendo che era malpelo, ei si acconciava 
ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se ac- 
cadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i 
ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o 
che crollava un pezzo di galleria, si sapeva sem- 
pre che era stato lui; e inflitti ei si pigliava le 
busse senza protestare, proprio come se le pigliano 
gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a 
fare a modo loro. Cogli altri ragazzi poi era ad- 
dirittura crudele, e sembrava che si volesse ven- 
dicare sui deboli di tutto il male che s immagi- 
nava gli avessero fatto , a lui e al suo babbo. 
Certo ei provava uno strano diletto a rammentare 
ad uno ad uno tutti i maltrattamenti ed i soprusi 
che avevano fatto subire a suo padre, e del modo 



128 ROSSO MALPELO. 

in cui l'avevano lasciato crcpare. E quando era solo 
borbottava: « Anche con me fanno così! e a mio pa- 
dre gli dicevano Bestia, perchè ei non faceva così! » 
E una volta che passava il padrone, accompagnan- 
dolo con un'occhiata torva: « E stato lui, per tren- 
tacinque tari! » E un'altra volta, dietro allo scian- 
cato: « E anche lui! e si metteva a ridere! Io l'ho 
udito, quella sera! » 

Per un raffinamento di malignità sembrava aver 
preso a proteggere un povero ragazzetto, venuto 
a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per 
una caduta da un ponte s' era lussato il femore, e 
non poteva far più il manovale. Il poveretto, quando 
portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava 
in modo che sembrava ballasse la tarantella, e 
aveva fatto ridere tutti quelli della cava, così che 
gli avevano messo nome Ranocchio; ma lavorando 
sotterra , così ranocchio com' era , il suo pane se 
lo buscava; e Malpelo gliene dava anche del suo, 
per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano. 

Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora 



ROSSO MALPELO. . J29 

lo batteva senza un motivo e senza misericordia, 
e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più 
forte, con maggiore accanimento, egli diceva: — 
To'! Bestia! Bestia sei! Se non ti senti l'animo 
di difenderti da me che non ti voglio male, vuol 
dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da 
quello! 

O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli 
usciva dalla bocca o dalle narici, — Cosi, come 
ti cuocerà il dolore delle busse, imparerai a darne 
anche tu! — Quando cacciava un asino carico per 
la ripida salita del sotterraneo, e lo vedeva puntare 
gli zoccoli, rifinito, curvo sotto il peso, ansante e 
coli' occhio spento, ei lo batteva senza misericordia, 
col manico della zappa, e i colpi suonavano sec- 
chi sugli stinchi e sulle costole scoperte. Alle volte 
la bestia si piegava in due per le battiture, ma 
stremo di forze non poteva fare un passo, e ca- 
deva sui ginocchi, e ce n'era uno il quale era ca- 
duto tante volte, che ci aveva due piaghe alle 
gambe; e Malpelo allora confidava a Ranocchio: 

Verga. Cavalleria rusticana. o 



i3o rosso malpelo. 

— L'asino va picchiato, perchè non può picchiar 
lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i 
piedi e ci strapperebbe la carne a morsi. 

Oppure: — Se ti accade di dar delle busse, prò 
cura di darle più forte che puoi; così coloro su 
cui cadranno ti terranno per da più di loro, e ne 
avrai tanti di meno addosso. 

Lavorando di piccone o di zappa poi menava le 
mani con accanimento, a mo' di uno che l'avesse 
con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, 
e con quegli ah! ah! che aveva suo padre. — La 
rena è traditora, diceva a Ranocchio sottovoce; so- 
miglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pe- 
stano la faccia, e se sei più forte, o siete in molti, 
come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere. Mio 
padre la batteva sempre, ed egli non batteva altro 
che la rena, perciò lo chiamavano Bestia, e la rena 
se lo mangiò a tradimento, perchè era più forte 
di lui. 

Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro 
troppo pesante, e Ranocchio piagnuccolava a guisa 



ROSSO MALPELO. l3l 

di una femminuccia, Malpelo lo picchiava sul dorso, 
e lo sgridava: — • Taci pulcino! — e se Ranocchio 
non la finiva più, ci gli dava una mano, dicendo 
con un certo orgoglio: — Lasciami fare; io sono 
più forte di te. — Oppure gli dava la sua mezza 
cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane asciutto, 
e si stringeva nelle spalle, aggiungendo : — Io ci 
sono avvezzo. 

Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle 
pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia 
da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a 
dormire sui sassi, colle braccia e la schiena rotta 
da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era 
avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli 
il pane o la minestra. Ei diceva che la razione di 
busse non gliela aveva levata mai il padrone; male 
busse non costavano nulla. Non si lamentava però, 
e si vendicava di soppiatto, a tradimento, con qual- 
che tiro di quelli che sembrava ci avesse messo 
la coda il diavolo: perciò ei si pigliava sempre i 
castighi anche quando il colpevole non era stato 






l32 ROSSO MALPELO. 

lui; già se non era stato lui sarebbe stato capace 
di esserlo, e non si giustificava mai: per altro sa- 
rebbe stato inutile. E qualche volta come Ranoc- 
chio spaventato lo scongiurava piangendo di dire 
la verità e di scolparsi, ei ripeteva : — A che 



^ìova 



rn? 



Sono malpelo! — e nessuno avrebbe potuto dire 
se quel curvare il capo e le spalle sempre fosse 
effetto di bieco orgoglio o di disperata rassegna- 
zione, e non si sapeva nemmeno se la sua fosse 
salvatichezza o timidità. Il certo era che nem- 
meno sua madre aveva avuta mai una carezza da 
lui, e quindi non gliene faceva mai. 

Il sabato sera, appena arrivava a casa con quel 
suo visaccio imbrattato di lentiggini e di rena 
rossa, e quei cenci che gli piangevano addosso da 
ogni parte, la sorella afferrava il manico della scopa 
se si metteva sull'uscio in quell'arnese, che avrebbe 
fatto scappare il suo damo se avesse visto che razza 
di cognato gli toccava sorbirsi; la madre era sem- 
pre da questa o da quella vicina, e quindi egli 
andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un 







ROSSO MALPELO. t33 

cane malato. Adunque, la domenica, in cui tutti 
gli altri ragazzi del vicinato si mettevano la ca- 
micia pulita per andare a messa o per ruzzare nei 
cortile, ei sembrava non avesse altro spasso che 
di andar randagio per le vie degli orti, a dar la 
caccia a sassate alle povere lucertole, le quali non 
gli avevano fatto nulla , oppure a sforacchiare le 
siepi dei fichidindia. Per altro le beffe e le sas- 
sate degli altri fanciulli non gli piacevano. 

La vedova di mastro Misciu era disperata di 
aver per figlio quel malarnese , come dicevano 
tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, 
che a furia di buscarsi dei calci e delle sassate da 
questo e da quello, finiscono col mettersi la coda 
fra le gambe e scappare alla prima anima viva 
che vedono , e diventano affamati , spelati e sei- 
vatici come lupi. Almeno sottoterra , nella cava 
della rena, brutto e cencioso e sbracato com' era, 
non lo beffavano più , e sembrava fatto apposta 
per quel mestiere persili nel colore dei capelli, e 
in quegli occhiaeci di gatto che ammiccavano se 



l34 ROSSO MALPELO. 

vedevano il sole. Così ci sono degli asini che la- 
vorano nelle cave per anni ed anni senza uscirne 
mai più, ed in quei sotterranei, dove il pozzo di 
ingresso è verticale, ci si calan colle funi, e ci 
restano finche vivono. Sono asini vecchi, è vero, 
comprati dodici o tredici lire, quando stanno per 
portarli alla Plaja, a strangolarli; ma pel lavoro che 
hanno da fare laggiù sono ancora buoni; e Malpelo, 
certo, non valeva di più , e se veniva fuori dalla 
cava il sabato sera , era perche aveva anche le 
mani per aiutarsi colla fune , e doveva andare a 
portare a sua madre la paga della settimana. 

Certamente egli avrebbe preferito di fare il ma- 
novale, come Ranocchio, e lavorare cantando sui 
ponti, in alto, in mezzo all' azzurro del cielo, col 
sole sulla schiena — o il carrettiere, come com- 
pare Gaspare che veniva a prendersi la rena della 
cava , dondolandosi sonnacchioso sulle stanghe , 
colla pipa in bocca, e andava tutto il giorno pel- 
le belle strade di campagna — o meglio ancora 
avrebbe voluto fare il contadino che passa la vita 









ROSSO MALPELO. l35 

fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti car- 
rubbi, e il mare turchino là in fondo , e il canto 
degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il 
mestiere di suo padre, e in quel mestiere era 
nato lui. E pensando a tutto ciò , indicava a Ra- 
nocchio il pilastro che era caduto addosso al ge- 
nitore , e dava ancora della rena fina e bruciata 
che il carrettiere veniva a caricare colla pipa in 
bocca, e dondolandosi sulle stanghe, e gli diceva 
che quando avrebbero finito di sterrare si sarebbe 
trovato il cadavere di suo padre, il quale doveva 
avere dei calzoni di fustagno quasi nuovi. Ranoc- 
chio aveva paura, ma egli no. Ei narrava che era 
stato sempre là, da bambino, e aveva sempre vi- 
sto quel buco nero, che si sprofondava sotterra, 
dove il padre soleva condurlo per mano. Allora 
stendeva le braccia a destra e a sinistra, e descri- 
veva come P intricato laberinto delle gallerie si 
stendesse sotto i loro piedi dappertutto, di qua e 
di là, sin dove potevano vedere la sciara nera e 
desolata, sporca di ginestre riarse, e come degli 



l36 ROSSO MALPELO. 

uomini ce n'erano rimasti tanti, o schiacciati, o 
smarriti nel buio , e che camminano da anni e 
camminano ancora, senza poter scorgere lo spira- 
glio del pozzo pel quale sono entrati , e senza 
poter udire le strida disperate dei figli, i quali li 
cercano inutilmente. 

Ma una volta in cui riempiendo i corbeilli si 
rinvenne una delle scarpe di mastro Mischi, ei fu 
colto da tal tremito che dovettero tirarlo all' aria 
aperta colle funi, proprio come un asino che stesse 
per dar dei calci al vento. Però non si poterono 
trovare né i calzoni quasi nuovi, né il rimanente 
di mastro Mischi ; sebbene i pratici asserissero che 
quello dovea essere il luogo preciso dove il pila- 
stro gli si era rovesciato addosso; e qualche ope- 
raio, nuovo del mestiere , osservava curiosamente 
come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatac- 
chiato il Bestia di qua e di là , le scarpe da una 
parte e i piedi dall'altra. 

Dacché poi fu trovata quella scarpa, Malpelo fu 
colto da tal paura di veder comparire fra la rena 



ROSSO MALPELO. l3^J 

anche il piede nudo del babbo, che non volle 
mai più darvi un colpo di zappa; gliela dessero 
a lui sul capo, la zappa. Egli andò a lavorare in 
un altro punto della galleria e non volle più tor- 
nare da quelle parti. Due o tre giorni dopo sco- 
persero intatti il cadavere di mastro Mischi , coi 
calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava im- 
balsamato. Lo zio Mommu osservò che aveva do- 
vuto stentar molto a morire, perche il pilastro gli 
si era piegato in arco addosso, e 1' aveva seppel- 
lito vivo; si poteva persino vedere tuttora che 
mastro Bestia avea tentato istintivamente di libe- 
rarsi scavando nella rena, e avea le mani lacerate 
e le unghie rotte. « Proprio come suo figlio Mal- 
pelo ! — ripeteva lo sciancato — ei scavava di qua, 
mentre suo figlio scavava di là. » Però non dis- 
sero nulla al ragazzo per la ragione che lo sape- 
vano maligno e vendicativo. 

Il carrettiere sbarazzò il sotterraneo dal cada- 
vere al modo istesso che lo sbarazzava dalla rena 
caduta e dagli asini morti, che stavolta oltre al 



l38 ROSSO MALPELO. 

lezzo del carcame, c'era che il carcame era di cani-: 
battezzata; e la vedova rimpiccolì i calzoni e la 
camicia, e li adattò a Malpelo, il quale così fu 
vestito quasi a nuovo per la prima volta , e le 
scarpe furono messe in serbo per quando ci fosse 
cresciuto, giacche rimpiccolirsi le scarpe non si 
potevano, e il fidanzato della sorella non ne aveva 
volute di scarpe del morto. 

Malpelo se li lisciava sulle gambe quei calzoni di 
fustagno quasi nuovo, gli pareva che fossero dolci 
e lisci come le mani del babbo che solevano ac- 
carezzargli i capelli, così ruvidi e rossi com'erano. 
Quelle scarpe le teneva appese ad un chiodo, sul 
saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, 
e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava 
e se le provava; poi le metteva per terra , 1' una 
accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi go- 
miti sui ginocchi, e il mento nelle palme per delle 
ore intere, rimugginando chi sa quali idee in quel 
cervellaccio. 

Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Sic- 






ROSSO MALPELO. l39 

come aveva ereditato anche il piccone e la 
zappa del padre, se ne serviva , quantunque fos- 
sero troppo pesanti per l'età sua; e quando gli 
avcano chiesto se voleva venderli, che glieli avreb- 
bero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no; 
suo padre li ha resi così lisci e lucenti nel manico 
colle sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene 
degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse 
lavorato cento e poi cento anni, 

In quel tempo era crepato di stenti e di vec- 
chiaia l'asino grigio; e il carrettiere era andato 
a buttarlo lontano nella sciara. — Così si fa, bron- 
tolava Malpelo; gli arnesi che non servono più si 
buttano lontano. — Ei andava a visitare il car- 
came del grigio in fondo al burrone , e vi con- 
duceva a forza anche Ranocchio , il quale non 
avrebbe voluto andarci; e xMalpelo gli diceva che 
a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in 
faccia ogni cosa bella o brutta; e stava a consi- 
derare con 1' avida curiosità di un monellaccio i 
cani che accorrevano da tutte le fattorie dei din- 



r 4° ROSSO MALPELO. 

torni a disputarsi le carni del grigio. I cani scap- 
pavano guaendo, come comparivano i ragazzi, e si 
aggiravano ustolando sui greppi dirimpetto, ma il 
Rosso non lasciava che Ranocchio li scacciasse a sas- 
sate. — Vedi quella cagna nera, gli diceva, che non 
ha paura delle tue sassate; non ha paura perchè ha 
più fame degli altri. Gliele vedi quelle costole! 
Adesso non soffriva più, l'asino grigio , e se ne 
stava tranquillo colle quattro zampe distese, e la- 
sciava che i cani si divertissero a vuotargli le oc- 
chiaie profonde e a spolpargli le ossa bianche e i 
denti che gli laceravano le viscere non gli avreb- 
bero fitto piegar la schiena come il più semplice 
colpo di badile che solevano dargli onde mettergli 
in corpo un po' di vigore quando saliva la ripida 
viuzza. Ecco come vanno le cose! Anche il gri- 
gio ha avuto dei colpi di zappa e delle guidale- 
sche, e anch'esso quando piegava sotto il peso e 
gli mancava il fiato per andare innanzi , aveva di 
quelle occhiate, mentre lo battevano , che sem- 
brava dicesse : Non più ! non più ! Ma ora gli oc- 




ROSSO MALPELO. H 1 

chi se li mangiano i cani, ed esso se ne ride dei 

colpi e delle guidalesche con quella bocca spolpata 

e tutta denti. E se non fosse mai nato sarebbe 



La sciara si stendeva malinconica e deserta fin 
dove giungeva la vista, e saliva e scendeva in pic- 
chi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi 
trillasse , o un uccello che vi volasse su. Non si 
udiva nulla, nemmeno i colpi di piccone di coloro 
che lavoravano sotterra. E ogni volta Malpelo ri- 
peteva che al di sotto era tutta scavata dalle 
gallerie, per ogni dove, verso il monte e verso la 
valle; tanto che una volta un minatore c'era en- 
trato coi capelli neri, e n' era uscito coi capelli 
bianchi, e un altro cui s'era spenta la torcia aveva 
invano gridato aiuto ma nessuno poteva udirlo. Egli 
solo ode le sue stesse grida! diceva, e a quell'idea, 
sebbene avesse il cuore più duro della sciara, tra- 
saliva. 

— Il padrone mi manda spesso lontano , dove 
gli altri hanno paura d'andare. Ma io sono Mal- 






I42 ROSSO MALPELO, 

pelo , e se io non torno più , nessuno mi cer- 
cherà. 

Pure, durante le belle notti a" estate , le stelle 
splendevano lucenti anche sulla sciara, e la cam- 
pagna circostante era nera anch'essa, come la sciara, 
ma Malpelo stanco dalla lunga giornata di lavoro, 
si sdraiava sul sacco, col viso verso il cielo, a go- 
dersi quella quiete e quella luminaria dell'alto; 
perciò odiava le notti di luna, in cui il mare for- 
micola di scintille, e la campagna si disegna qua 
e la vagamente — allora la sciara sembra più 
brulla e desolata. — Per noi che siamo fatti per 
vivere sotterra, pensava Malpelo, ci dovrebbe es- 
sere buio sempre e dappertutto. — La. civetta stri- 
deva sulla sciara, e ramingava di qua e di là; ei 
pensava: — Anche la civetta sente i morti che 
son qua sotterra e si dispera perchè non può an- 
dare a trovarli. 

Ranocchio aveva paura delle civette e dei pipi- 
strelli; ma il Rosso lo sgridava perchè chi è co- 
stretto a star solo non deve aver paura di nulla 



ROSSO MALPELO. I 4 3 

e nemmeno Y asino grigio aveva paura dei cani 
che se lo spolpavano , ora che le sue carni non 
sentivano più il dolore di esser mangiate. 

— Tu eri avvezzo a lavorar sui tetti come i 
gatti — gli diceva — e allora era tutt'altra cosa. 
Ma adesso che ti tocca a viver sotterra , come i 
topi , non bisogna più aver paura dei topi , né 
dei pipistrelli , che son topi vecchi con le ali , 
e i topi ci stanno volentieri in compagnia dei 
morti. 

Ranocchio invece provava una tale compiacenza 
a spiegargli quel che ci stessero a far le stelle 
lassù in alto; e gli raccontava che lassù c'era il 
paradiso , dove vanno a stare i morti che sono 
stati buoni e non hanno dato dispiaceri ai loro 
genitori. « Chi te l'ha detto ? » domandava Mal- 
pelo , e Ranocchio rispondeva che glielo aveva 
detto la mamma. 

Allora Malpelo si grattava il capo, e sorridendo 
gli faceva un certo verso da monellaccio mali- 
zioso che la sa lunga. « Tua madre ti dice così 



*41- ROSSO MALPELO. 

perchè, invece dei calzoni, tu dovresti portar la 
gonnella ». 

E dopo averci pensato su un pò : 

« Mio padre era buono e non faceva male a 
nessuno , tanto che gli dicevano Bestia. Invece è 
là sotto , ed hanno persino trovato i ferri e le 
scarpe e questi calzoni qui che ho indosso io ». 

Da lì a poco , Ranocchio il quale deperiva da 
qualche tempo , si ammalò in modo che la sera 
dovevano portarlo fuori dalla cava siili' asino, di- 
steso fra le corbe, tremante di febbre come un pul- 
cin bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo 
non ne avrebbe fatto osso duro a quel mestiere, e 
che per lavorare in una miniera senza lasciarvi la 
pelle bisognava nascervi. Malpelo allora si sen- 
tiva orgoglioso di esserci nato e di mantenersi 
così sano e vigoroso in quell'aria malsana, e con 
tutti quegli stenti. Ei si caricava Ranocchio sulle 
spalle, e gli faceva animo alla sua maniera, sgri- 
dandolo e picchiandolo. Ma una volta nei pic- 
chiarlo sul dorso Ranocchio fu colto da uno 



ROSSO MALPELO. 1^5 

sbocco di sangue, allora Malpelo spaventato si af- 
fannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa 
gli avesse fiuto , e giurava che non avea potuto 
fargli quel gran mele , così come l'aveva battuto, 
e a dimostrarglielo , si dava dei gran pugni sul 
petto e sulla schiena con un sasso; anzi un ope- 
raio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle 
spalle, un calcio che risuonò come su di un tam- 
buro, eppure Malpelo non si mosse , e soltanto 
dopo che l'operaio se ne fu andato, aggiunse : — 
Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato 
più forte di me, ti giuro! 
Intanto Ranocchio non guariva e seguitava a 

sputar sangue, e ad aver la febbre tutti i giorni. 
Allora Malpelo rubò dei soldi della paga della 
settimana, per comperargli del vino e della mine- 
stra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi nuovi 
che lo coprivano meglio. Mi Ranocchio tossiva 
sempre e alcune volte sembrava soffocasse , e la 
sera non c'era modo di vincere il ribrezzo della 
febbre , né con sacchi, né coprendolo di paglia, 

Verga. Cavalleria rusticana. ro 



I46 ROSSO MALPELO. 

né mettendolo dinanzi alla fiammata. Malpelo se 
ne stava zitto ed immobile chino su di lui, colle 
mani sui ginocchi , fissandolo con quei suoi oc- 
chiacci spalancati come se volesse fargli il ritratto, 
e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli ve- 
deva il viso trafelato e 1' occhio spento , preciso 
come quello dell'asino grigio allorché ansava rifi- 
nito, sotto il carico nel salire la viottola , ei gli 
borbottava: — È meglio che tu crepi presto! Se 
devi soffrire in tal modo, è meglio che tu crepi! 
— E il padrone diceva che Malpelo era capace di 
schiacciargli il capo a quel ragazzo , e bisognava 
sorvegliarlo. 

Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più 
alla cava, e il padrone se ne lavò le mani , per- 
chè allo stato in cui era ridotto oramai era più 
di impiccio che d' altro. Malpelo si informò dove 
stesse di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il povero 
Ranocchio era più di là che di qua, e sua madre 
piangeva e si disperava come se il suo figliolo fosse 
di quelli che guadagnano dieci lire la settimana. 







ROSSO MALPELO. J 47 

Cotesto non arrivava a comprendere Malpelo , 
e domandò a Ranocchio perchè sua madfe stril- 
lasse a quel modo, mentre che da due mesi ei 
non guadagnava nemmeno quel che si mangiava. 
Ma il povero Ranocchio non gli dava retta e sem- 
brava che badasse a contare quanti travicelli c'e- 
rano sul tetto. Allora il Rosso si diede ad alma- 
naccare che la madre di Ranocchio strillasse a 
quel modo perchè il suo figliuolo era sem- 
pre stato debole e malaticcio , e Y aveva tenuto 
come quei marmocchi che non si slattano mai. 
Egli invece era stato sano e robusto , ed era 
malpelo , e sua madre non aveva mai pianto per 
lui perchè non aveva mai avuto timore di per- 
derlo. 

Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era 
morto, ed ei pensò che la civetta adesso strideva 
anche per lui nella notte , e tornò a visitare le 
ossa spolpate del grigio , nel burrone dove sole- 
vano andare insieme con Ranocchio. Ora del gri- 
gio non rimanevano più che le ossa sgangherate, 



T 4 8 ROSSO MALPELO. 

ed anche di Ranocchio sarebbe stato così , e sua 
madre si sarebbe asciugati gli occhi , poiché an- 
che la madre di Malpelo s' era asciugati i suoi 
dopo che mastro Mischi era morto , e adesso si 
era maritata un'altra volta, ed era andata a stare 
a Cifoli ; anche la sorella si era maritata e ave- 
vano chiusa la casa. D' ora in poi , se lo batte- 
vano , a loro non importava più nulla , e a lui 
nemmeno, e quando sarebbe divenuto come il 
grigio o come Ranocchio , non avrebbe sentito 
più nulla. 

Verso quell' epoca venne a lavorare nella cava 
uno che non s'era mai visto, e si teneva nascosto 
il più che poteva; gli altri operai dicevano fra di 
loro che era scappato dalla prigione , e se lo pi- 
gliavano ce lo tornavano a chiudere per degli anni 
e degli anni. Malpelo seppe in quell'occasione che 
la prigione era un luogo dove si mettevano i la- 
dri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre 
chiusi là dentro e guardati a vista. 

Da quel momento provò una malsana curiosità 



ROSSO MALPELO. 149 

per queir uomo che aveva provata la prigione e 
n'era scappato. Dopo poche settimane però il fug- 
gitivo dichiarò chiaro e tondo che era stanco di 
quella vitaccia da talpa e piuttosto si contentava 
di stare in galera tutta la vita , che la prigione , 
in confronto, era un paradiso e preferiva tornarci 
coi suoi piedi. — Allora perchè tutti quelli che la- 
vorano nella cava non si fanno mettere in pri- 
gione? — domandò Malpelo. 

— Perchè non sono malpelo come te! — ri- 
spose lo sciancato. — Ma non temere, che tu ci 
andrai e ci lascerai le ossa. 

Invece le ossa le lasciò nella cava , Malpelo , 
come suo padre, ma in modo diverso. Una volta 
si doveva esplorare un passaggio che si riteneva 
comunicasse col pozzo grande a sinistra, verso la 
valle, e se la cosa era vera, si sarebbe risparmiata 
una buona metà di mano d'opera nel cavar fuori 
la rena. Ma se non era vero, c'era il pericolo di 
smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché nes- 
sun padre di famiglia voleva avventurarvisi , né 






J 5° ROSSO MALPELO. 

avrebbe permesso che ci si arrischiasse il sangue 
suo per tutto l'oro del mondo. 

Ma Malpelo non aveva nemmeno chi si pren- 
desse tutto l' oro del mondo per la sua pelle , se 
pure la sua pelle valeva tutto l'oro del mondo ; sua 
madre si era rimaritata e se n'era andata a stare a 
Cifoli, e sua sorella s' era maritata anch' essa. La 
porta della casa era chiusa , ed ei non aveva al- 
tro che le scarpe di suo padre appese al chiodo; 
perciò gli commettevano sempre i lavori più pe- 
ricolosi, e le imprese più arrischiate, e s'ei non si 
aveva riguardo alcuno, gli altri non ne avevano 
certamente per lui. Quando lo mandarono per 
quella esplorazione si risovvenne del minatore, il 
quale si era smarrito, da anni ed anni, e cammina 
e cammina ancora al buio gridando aiuto , senza 
che nessuno possa udirlo; ma non disse nulla. 
Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli ar- 
nesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, 
il sacco col pane , e il fiasco del vino , e se ne 
andò: nò più si seppe nulla di lui. 






ROSSO MALPELO. l5l 

Così si persero persili le ossa di Malpelo , e i 
ragazzi della cava abbassano la voce quando par- 
lano di lui nel sotterraneo , che hanno paura di 
vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gti 
occhiacci grigi. 







L'AMANTE DI GRAMIGNA. 







Caro Farina, eccoti non un racconto ma I' ab- 
bozzo di un racconto. Esso almeno avrà il merito 
di esser brevissimo, e di esser storico — un do- 
cumento umano, come dicono oggi; interessante 
forse per te, e per tutti coloro che studiano nel 
gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come 
l'ho raccolto pei viottoli dei campi, press' a poco 
colle medesime parole semplici e pittoresche della 
narrazione popolare , e tu veramente preferirai di 
trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, 
senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attra- 






156" l'amante di gramigna. 

verso la lente dello scrittore. Il semplice fatto 
umano farà pensare sempre; avrà sempre l'effica- 
cia dell'essere stato, delle lagrime vere, delle febbri 
e delle sensazioni che sono passate per la carne; 
il misterioso processo per cui le passioni si anno- 
dano , si intrecciano , maturano , si svolgono nel 
loro cammino sotterraneo nei loro andirivieni che 
spesso sembrano contradditori, costituirà per lungo 
tempo ancora la possente attrattiva di quel fe- 
nomeno psicologico che dicesi l'argomento di un 
racconto, e che l'analisi moderna si studia di se- 
guire con scrupolo scientifico. Di questo che t l 
narro oggi ti dirò soltanto il punto di partenza e 
quello d'arrivo, e per te basterà, e un giorno forse 
basterà per tutti. 

Noi rifacciamo il processo artistico al quale dob- 
biamo tanti monumenti gloriosi, con metodo di- 
verso, più minuzioso e più intimo; sacrifichiamo 
volentieri l' effetto della catastrofe , del risultato 
psicologico, intrav visto con intuizione quasi divina 
dai grandi artisti del passato, allo sviluppo logico, 




l'amante di gramigna. 157 

necessario di esso, ridotto meno imprevisto, meno 
drammatico, ma non meno fatale; siamo più mo- 
desti, se non più umili; ma le conquiste che fac- 
ciamo delle verità psicologiche non saranno un 
fatto meno utile all'arte dell'avvenire. Si arriverà 
ma' a tal perfezionamento nello studio delle pas- 
sioni, che diventerà inutile il proseguire in cote- 
sto studio dell'uomo interiore? La scienza del 
cuore umano, che sarà il frutto della nuova arte, 
svilupperà talmente e così generalmente tutte le 
risorse dell'immaginazione che nell'avvenire i soli 
romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi? 

Intanto io credo che il trionfo del romanzo , 
la più completa e la più umana delle opere d'arte, 
si raggiungerà allorché 1' affinità e la coesione di 
ogni sua parte sarà così completa che il processo 
della creazione rimarrà un mistero, come lo svol- 
gersi delle passioni umane; e che l'armonia delle 
sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua 
realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione 
di essere così necessarie, che la mano dell' artista 






158 l'amante di gramigna. 

rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà 
l'impronta dell'avvenimento reale, e l'opera d'arte 
sembrerà essersi falla da sé, aver maturato ed es- 
ser sórta spontanea come un fatto naturale, senza 
serbare alcun punto di contatto col suo autore; 
che essa non serbi nelle sue forme viventi alcuna 
impronta della mente in cui germogliò, alcuna 
ombra dell'occhio che la intravvide, alcuna traccia 
delle labbra che ne mormorarono le prime parole 
come il fiat creatore ; ch'essa stia per ragion pro- 
pria, pel solo fatto che è come dev'essere, ed è ne- 
cessario che sia , palpitante di vita ed immutabile 
al pari di una statua di bronzo , di cui 1' autore 
abbia avuto il coraggio divino di eclissarsi e spa- 
rire nella sua opera immortale. 

Parecchi anni or sono, laggiù lungo il Simeto, 
davano la caccia a un brigante, certo Gramigna, 
se non erro, un nome maledetto come l'erba che 
lo porta, il quale da un capo all' altro della pro- 
vincia s'era lasciato dietro il terrore della sua fama. 
Carabinieri, soldati, e militi a cavallo lo insegui- 










l'amante di gramigna. 159 

vano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli 
le unghie addosso: era solo, ma valeva per dieci, 
e la mala pianta minacciava di abbarbicare. Per 
giunta si approssimava il tempo delle messe , il 
fiefio era già steso pei campi, le spighe chinavano 
il capo e dicevano di sì ai mietitori che avevano 
già la falce in pugno, e nonostante nessun pro- 
prietario osava affacciare il naso al disopra della 
siepe del suo podere, per timore di incontrarvi 
Gramigna che se ne stesse sdraiato fra i solchi , 
colla carabina fra le gambe, pronto a far saltare 
il capo al primo che venisse a guardare nei fatti 
suoi. Sicché le lagnanze erano generali. Allora 
il prefetto si fece chiamare tutti quei signori della 
questura, dei carabinieri, e dei compagni d' armi, 
e disse loro due paroline di quelle che fanno 
drizzar le orecchie. Il giorno dopo un terremoto 
per ogni dove; pattuglie, squadriglie, vedette per 
ogni fossato, e dietro ogni muricciolo ; se lo cac- 
ciavano dinanzi come una mala bestia per tutta una 
provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo , 






160 l'amante di gramigna. 

col telegrafo. Gramigna sgusciava loro di mano , 
e rispondeva a schioppettate se gli camminavano 
un po' troppo sulle calcagna. Nelle campagne, nei 
villaggi, per le fattorie, sotto le frasche delle oste- 
rie, nei luoghi di ritrovo , non si parlava d' altro 
che di lui, di Gramigna, di quella caccia accanita, 
di quella fuga disperata; i cavalli dei carabinieri 
cascavano stanchi morti ; i compagni d'armi si but- 
tavano rifiniti per terra in tutte le stalle, le pat- 
tuglie dormivano all'impiedi; egli solo, Gramigna, 
non era stanco mai, non dormiva mai , fuggiva 
sempre, s' arrampicava sui precipizi , strisciava fra 
le messi, correva carponi nel folto dei fichidindia, 
sgattajolava come un lupo nel letto asciutto dei 
torrenti. Il principale argomento di ogni discorso, 
nei crocchi, davanti agli usci del villaggio, era la 
sete divorante che doveva soffrire il perseguitato, 
nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno 
I fannulloni spalancavano gli occhi. 

Peppa , una delle più belle ragazze di Licodia , 
doveva sposare in quel tempo compare Finu « can- 







l'amante di gramigna. 161 

dela di sego » che aveva terre al sole e una mula 
baia in stalla, ed era un giovanotto grande e bello 
come il sole , che portava lo standardo di Santa 
Margherita come fosse un pilastro , senza piegare 
le reni. 

La madre di Peppa piangeva dalla contentezza 
per la gran fortuna toccata alla figliuola , e pas- 
sava il tempo a voltare e rivoltare nel baule il 
corredo della sposa , « tutto di roba bianca a 
quattro » come quella di una regina, e orecchini 
che le arrivavano alle spalle, e anelli d'oro pel- 
le dieci dita delle mani; dell'oro ne aveva quanto 
ne poteva avere Santa Margherita, e dovevano 
sposarsi giusto per santa Margherita , che cadeva 
in giugno, dopo la mietitura del fieno. « Candela 
di sego » nel tornare ogni sera dalla campagna , 
lasciava la mula all'uscio della Peppa , e veniva a 
dirle che i seminati erano un incanto, se Grami- 
gna non vi appiccava il fuoco , e il graticcio di 
contro al letto non sarebbe bastato a contenere 
tutto il grano della raccolta, che gli pareva mil- 

Verga. Cavalleria rusticana. I i 



162 l'amante di gramigna. 

l'anni di condursi la sposa in casa, in groppa alla 

mula baia. Ma Peppa un bel giorno gli disse: — 

La vostra mula lasciatela stare, perchè non voglio 

maritarmi. 

Il povero « candela di sego » rimase sbalor- 
dito e la vecchia si mise a strapparsi i capelli 
come udì che sua figlia rifiutava il miglior partito 
del villaggio. — Io voglio bene a Gramigna , 
le disse la ragazza, e non voglio sposare altri 
che lui! 

— Ah ! gridava la mamma per la casa, coi ca- 
pelli grigi al vento, che pareva una strega. — Ah! 
quel demonio è venuto sin qui a stregarmi la mia 
figliuola ! 

— No! rispondeva Peppa coli' occhio fisso che 
pareva d'acciajo. — No, non è venuto qui. 

— Dove l'hai visto dunque? 

— Io non l'ho visto. Ne ho sentito parlare. 
Sentite! ma lo sento qui, che mi brucia! 

In paese la cosa fece rumore , per quanto la 
tenessero nascosta. Le comari che avevano invi- 










l'anuxtk di gramigna. 165 

diato a Peppa il seminato prosperoso , la mula 
baia, e il bel giovanotto che portava lo standardo 
di santa Margherita senza piegar le reni, andavano 
dicendo ogni sorta di brutte storie , che Grami- 
gna veniva a trovarla di notte nella cucina, e che 
glielo avevano visto nascosto sotto il letto. La 
povera madre aveva acceso una lampada alle anime 
del purgatorio, e persino il curato era andato in 
casa di Peppa, a toccarle il cuore colla stola, onde 
scacciare quel diavolo di Gramigna che ne aveva 
preso possesso. Però ella seguitava a dire che 
non lo conosceva neanche di vista quel cri- 
stiano ; ma che la notte lo vedeva in sogno , e 
alla mattina si levava colle labbra arse quasi 
avesse provato anch'essa tutta la sete ch'ei do- 
veva soffrire. 

Allora la vecchia la chiuse in casa, perchè non 
sentisse più parlare di Gramigna; e tappò tutte 
le fessure dell'uscio con immagini di santi. Peppa 
ascoltava quello che dicevano nella strada dietro 
le immagini benedette, e si faceva pallida e rossa, 



164 l'amante di gramigna. 

come se il diavolo le soffiasse tutto I' inferno 

nella faccia. 

Finalmente senti dire che avevano scovato Gra- 
migna nei fichidindia di Patagonia. — Ha fatto 
due ore di fuoco! dicevano, c'è un carabiniere 
morto, e più di tre compagni d'armi feriti. Ma 
gli hanno tirato addosso tal gragnuola di fucilate 
che stavolta hanno trovato un lago di sangue dove 
egli si trovava. 

Allora Peppa si fece la croce dinanzi al capezzale 
della vecchia, e fuggì dalla finestra. 

Gramigna era nei fichidindia di Patagonia, che 
non avevano potuto scovarlo in quel forteto da 
conigli, lacero, insanguinato, pallido per due giorni 
di fame, arso dalla febbre, e colla carabina spianata: 
come la vide venire, risoluta, in mezzo alle mac- 
chie dei fichidindia , nel fosco chiarore dell'alba, 
ci pensò un momento, se dovesse lasciare partire il 
colpo — Che vuoi? le chiese. Che vieni a far qui? 

— Vengo a star con te; gli disse lei guardan- 
dolo fisso. Sei tu Gramigna? 



l'amante di gramigna. 165 

— Sì, son io Gramigna. Se vieni a buscarti 
quelle venti oncie della taglia, hai sbagliato il conto. 

— No, vengo a star con te! rispose lei. 

— Vattene! diss'egli. Con me non puoi starci, 
ed io non voglio nessuno con me! Se vieni a cercar 
denaro hai sbagliato il conto ti dico, io non ho 
nulla, guarda! Sono due giorni che non ho nem- 
meno un pezzo di pane. 

— Adesso non posso più tornare a casa, disse 
lei; la strada è tutta piena di soldati. 

— Vattene! cosa m' importa? ciascuno per la 
sua pelle! 

Mentre ella voltava le spalle, come un cane 
scacciato a pedate, Gramigna la chiamò. — Senti, 
va a prendermi un fiasco d'acqua, laggiù nel tor- 
rente, se vuoi stare con me bisogna rischiar la 
pelle. 

Peppa andò senza dir nulla, e quando Gramigna 
udì la fucilata si mise a sgignazzare, e disse fra sé: 
— Questa era per me. — Ma come la vide com- 
parire poco dopo, col fiasco al braccio, pallida e 



166 l'amante di gramigna. 

insanguinata, prima le si buttò addosso, per strap- 
parle il fiasco, e poi quando ebbe bevuto che pareva 
il fiato le mancasse le chiese — L'hai scappata? 
Come hai fatto. 

— I soldati erano sull'altra riva, e c'era una 
macchia folta da questa parte. 

— Però t'hanno bucata la pelle. Hai del sangue 
nelle vesti? 

— Sì. 

— Dove sei ferita? 

— Sulla spalla. 

— Non fa nulla. Potrai camminare. 

Così le permise di stare con lui. Ella io seguiva 
tutta lacera, colla febbre della ferita, senza scarpe, 
e andava a cercargli un fiasco d'acqua o un tozzo di 
pane, e quando tornava colle mani vuote, in mezzo 
alle fucilate, il suo amante, divorato dalla fame e 
dalla sete, la batteva. Finalmente una notte in cui 
brillava la luna nei fichidindia, Gramigna le disse 
— Vengono! e la fece adossare alla rupe, in fondo 
al crepaccio, poi fuggì dall'altra parte. Fra le mac- 



l'amante di gramigna. 167 

chie si udivano spesseggiare le fucilate, e l'ombra 
avvampava qua e là di brevi fiamme. Ad un tratto 
Peppa udì un calpestio vicino a sé e vide tornar 
Gramigna che si strascinava con una gamba rotta, 
e si appoggiava ai ceppi dei fichidindia per ricaricare 
la carabina. — È finita! gli disse lui. Ora mi pren- 
dono; — e quello che le agghiacciò il sangue più 
di ogni cosa fu il luccicare che ci aveva negli occhi, 
da sembrare un pazzo. Poi quando cadde sui rami 
secchi come un fascio di legna, i compagni d'armi 
gli furono addosso tutti in una volta. 

Il giorno dopo lo strascinarono per le vie del 
villaggio, su di un carro, tutto lacero e sanguinoso. 
La gente che si accalcava per vederlo, si metteva 
a ridere trovandolo così piccolo, pallido e brutto, 
che pareva un pulcinella. Era per lui che Peppa 
aveva lasciato compare Fino « candela di sego! » 
I) povero « candela di sego » andò a nascondersi 
quasi toccasse a lui di vergognarsi , e Peppa la 
condussero fra i soldati , ammanettata , come una 
ladra anche lei, lei che ci aveva dell' oro quanto 



r68 l'amanti-: di gramigna. 

santa Margherita! La povera madre di Peppa do- 
vette vendere « tutta la roba bianca » del cor- 
redo, e gli orecchini d' oro , e gli anelli per le 
dieci dita, onde pagare gli avvocati di sua figlia, 
e tirarsela di nuovo in casa, povera, malata, sver- 
gognata, brutta anche lei come Gramigna, e coi 
figlio di Gramigna in collo. Ala quando gliela die- 
dero, alla fine del processo, recitò l'avemaria, nella 
casermeria nuda e già scura, in mezzo ai carabi- 
nieri; le parve che le dessero un tesoro, alla po- 
vera vecchia, che non possedeva più nulla e pian- 
geva come una fontana dalla consolazione. Peppa 
invece sembrava che non ne avesse più di lagrime, 
e non diceva nulla , nò in paese nessuno la vide 
più mai, nonostante che le due donne andassero 
a buscarsi il pane colle loro braccia. La gente di- 
ceva che Peppa aveva imparato il mestiere, nel 
bosco, e andava di notte a rubare. Il fatto era che 
stava rincantucciata nella cucina come una bestia 
feroce, e ne usci soltanto allorché la sua vecchia 
fu morta di stenti, e dovette vendere la casa. 



l'amante di gramigna. 169 

— Vedete! le diceva « candela di sego » che 
pure le voleva sempre bene. — Vi schiaccierei la 
testa fra due sassi pel male che avete fatto a voi 
e affli altri. 

— È vero ! rispondeva Peppa , lo so ! Questa 
è stata la volontà di Dio. 

Dopo che fu venduta la casa e quei pochi arnesi 
che le restavano se ne andò via dal paese, di notte 
come era venuta, senza voltarsi indietro a guardare 
il tetto sotto cui aveva dormito tanto tempo, e se 
ne andò a fare la volontà di Dio in città, col suo 
ragazzo, vicino al carcere dove era rinchiuso Gra- 
migna. Ella non vedeva altro che le gelosie tetre, 
sulla gran facciata muta, e le sentinelle la scaccia- 
vano se si fermava a cercare cogli occhi dove po- 
tesse esser lui. Finalmente le dissero che egli non 
ci era più da un pezzo , che T avevano condotto 
via, di là del mare, ammanettato e colla sporta al 
collo. Ella non disse nulla. Non si mosse più di 
là, perchè non sapeva dove andare, e non l'aspet- 
tava più nessuno. Vivacchiava facendo dei ser- 



170 l'amante di gramigna. 

vizii ai soldati , ai carcerieri , come facesse parte 
ella stessa di quel gran fabbricato tetro e silenzioso, 
e pei carabinieri poi che le avevano preso Gramigna 
nel folto dei fichidindia , e gli avevano rotto la 
gamba a fucilate , sentiva una specie di tenerezza 
rispettosa, come l'ammirazione bruta della forza. 
La festa, quando li vedeva col pennacchio , e gli 
spallini lucenti, rigidi ed impettiti nell'uniforme di 
gala, se li mangiava cogli occhi, ed era sem- 
pre per la caserma spazzando i cameroni e lu- 
strando gli stivali , tanto che la chiamavano « lo 
strofinacciolo dei carabinieri. » Soltanto allorché 
li vedeva caricare le armi a, notte fatta , e par- 
tire a due a due , coi calzoni rimboccati , il re- 
volver sullo stomaco , o quando montavano a 
cavallo, sotto il lampione che faceva luccicare 
la carabina , e udiva perdersi nelle tenebre lo 
scalpito dei cavalli, e il tintinnìo della sciabola, 
diventava pallida ogni volta , e mentre chiudeva 
la porta della stalla rabbrividiva ; e quando il 
suo marmocchio giocherellava cogli altri mo- 







L AMANTE DI GRAMIGNA. 171 

nelli nella spianata davanti al carcere , correndo 
fra le gambe dei soldati , e i monelli gli dice- 
vano « il figlio di Gramigna , il figlio di Gra- 
migna! » ella si metteva in collera, e li inseguiva 
a sassate. 



GUERRA DI SANTI. 




utt a un tratto, mentre ban Hocco se ne an- 
dava tranquillamente per la sua strada , sotto il 
baldacchino, coi cani al guinzaglio, e un gran nu- 
mero di ceri accesi tutt' intorno , e la banda , la 
processione, la calca dei devoti, accadde un para- 
piglia, un fuggi fuggi, un casa del diavolo: preti 
che scappavano colle sottane per aria , trombe e 
clarinetti sulla faccia , donne che strillavano, il 
sangue a rigagnoli , e le legnate che piovevano 
come pere fradicie fin sotto il naso di San Rocco 
benedetto. Accorsero il pretore, il sindaco, i cara- 
binieri; le ossa rotte furono portate all' ospedale, 



Ij6 GUERRA DI SANTI. 

i più riottosi andarono a dormire in prigione , il 
santo tornò in chiesa a corsa piuttosto che a passo 
di processione, e la festa finì come le commedie 
di Pulcinella. 

Tutto ciò per l'invidia di que' del quartiere di 
San Pasquale. Quell'anno i devoti di San Rocco 
avevano speso gli occhi della testa per far le cose 
in grande; era venuta la banda dalla città, si erano 
sparati più di duemila mortaretti, e c'era persino 
uno stendardo nuovo, tutto ricamato d' oro , che 
pesava più d' un quintale , dicevano , e in mezzo 
alla folla sembrava « una spuma d'oro » addirit- 
tura. La qual cosa doveva fare maledettamente il 
solletico a quei di San Pasquale, sicché uno di co- 
storo alla fine perse la pazienza, e si diede a ur- 
lare, pallido come un morto: — Viva San Pasquale! 
-T- Allora s'erano messe le legnate. 

Poiché andare a dire viva San Pasquale sul mo- 
staccio di San Rocco in persona è una provoca- 
zione bella e buona; è come venirvi a sputare in 
casa, o come uno che si diverta a dar dei pizzi- 






GUERRA DI SANTI. 177 

cotti alla donna che avete sotto il braccio. In tal 
caso non c'è più né cristi nò diavoli, e si mette 
sotto i piedi quel po' di rispetto che si ha anche 
per gli altri santi, che infine fra di loro son tutti 
parenti. Se si è in chiesa, vanno in aria le pan- 
che , nelle processioni piovono pezzi di torcetti 
come pipistrelli, e a tavola volano le scodelle. 

— Santo diavolone! — urlava compare Nino , 
tutto pesto e malconcio. — Voglio un po' vedere 
chi gli basta 1' anima di gridare ancora viva San 
Pasquale ! 

— Io! - rispose furibondo Turi il « concia- 
pelli » il quale doveva essergli cognato , ed era 
fuori di sé per un pugno acchiappato nella mi- 
schia, che lo aveva mezzo accecato. — Viva San 
Pasquale sino alla morte! 

— Per l'amor di Dio! per l'amor di Dio! — 
strillava sua sorella Saridda, cacciandosi tra il fra- 
tello ed il fidanzato, che tutti e tre erano andati 
a spasso d' amore e d' accordo sino a quel mo- 
mento. 

Verga. Cavalleria rusticana. ,- 



178 GUERRA DI SANTI. 

Compare Nino, il fidanzato, vociava per ischerno; 
— Viva i miei stivali! viva san stivale! 

— Te'! — urlò Turi còlla spuma alla bocca, 
e P occhio gonfio e livido al pari d' una petron- 
iana. — Te' per San Rocco , tu dei stivali ! 
Prendi! 

Cosi si scambiarono dei pugni che avrebbero 
accoppato un bue, sino a quando gli amici riu- 
scirono a separarli a furia di busse e di pedate. 
Saridda scaldatasi anche lei, strillava viva San Pa- 
squale , che per poco non si presero a ceffoni 
collo sposo, come fossero già stati marito e moglie. 

In tali occasioni si accapigliano i genitori coi 
figliuoli, e le mogli si separano dai mariti, se per 
disgrazia una del quartiere di San Pasquale ha 
sposato uno di San Rocco. 

— Non voglio sentirne parlare più di quel cri- 
stiano! — sbraitava Saridda coi pugni sui fian- 
chi, alle vicine che le domandavano come era an- 
dato all'aria il matrimonio. — Neanche se me lo 
danno vestito d'oro e d'argento, sentite! 







GUERRA DI SANTI. I79 

— Per me Saridda può far la muffa! — diceva 
dal canto suo compare Nino, mentre gli lavavano 
all'osteria il viso tutto sporco di sangue. Una 
manica di pezzenti e di poltroni, in quel quartiere 
di ccnciapelli! Quando m'è saltato in testa d'an- 
dare a cercarmi colà l' innamorata dovevo essere 
ubbriaco. 

— Giacché è così! — aveva conchiuso il sin- 
daco — e non si può portare un santo in piazza 
senza legnate, che è una vera porcheria, non vo- 
glio più feste , ne quarantore , e se mi mettono 
fuori un moccolo, che è un moccolo! li caccio 
tutti in prigione. 

La faccenda poi s' era fatta grossa , perchè il 
vescovo della diocesi aveva accordato il privile- 
gio di portar la mozzetta ai preti di San Pasquale. 
Quelli di San Rocco, che avevano i preti senza 
mozzetta , erano andati sino a Roma , a fare il 
diavolo ai piedi del Santo Padre , coi documenti 
in mano, in carta bollata, e ogni cosa; ma tutto 
era stato inutile, giacche i" loro avversari del quar- 



l8o GUERRA DI SANTI. 

tiere basso , che ognuno se li rammentava senza 
scarpe ai piedi, s'erano arricchiti come porci, colla 
nuova industria della concia delle pelli, e a questo 
mondo si sa che la giustizia si compra e vende 
come l'anima di Giuda. 

A San Pasquale aspettavano il delegato di mon- 
signore, il quale era un uomo di proposito , che 
ci aveva due fibbie d'argento di mezza libbra l'uria 
alle scarpe, chi l'aveva visto, e veniva a portare 
la mozzetta ai canonici; perciò avevano fatto ve- 
nire anche loro la banda, per andare ad incontrare 
il delegato di monsignore tre miglia fuori del 
paese, e si diceva che la sera ci sarebbero stati i 
fuochi in piazza , con tanto di « Viva San Pa- 
squale » a lettere di scatola. 

Gli abitanti del quartiere alto erano quindi in 
gran fermento, e alcuni, più eccitati , mondavano 
certi randelli di pero o di ciliegio grossi come 
pertiche, e borbottavano : 

— Se ci dev'esser la musica si ha da portar la 
battuta! 







GUERRA DI SANTI. iSl 

Il delegato del vescovo correva un gran peri- 
colo di uscirne colle ossa rotte dalla sua entrata 
trionfale. Ma il reverendo, furbo, lasciò la banda 
ad aspettarlo fuor del paese , e a piedi , per le 
scorciatoie, se ne venne pian piano alla casa del 
parroco, dove fece riunire i caporioni dei due 
partiti. 

Come quei galantuomini si trovarono faccia a 
faccia, dopo tanto tempo che litigavano, comincia- 
rono a guardarsi nel bianco degli occhi , quasi 
sentissero una gran voglia di strapparseli a vicenda, 
e ci volle tutta l'autorità del reverendo, il quale 
s' era messo per la circostanza il ferraiuolo di 
panno nuovo, per far servire i gelati e gli altri 
rinfreschi senza inconvenienti. 

— Così va bene! — approvava il sindaco col 
naso nel bicchiere — quando mi volete per la 
pace, mi ci trovate sempre. 



Il delegato disse infatti ch'egli 



era venuto per 



la conciliazione, col ramoscello d' ulivo in bocca , 
come la colomba di Noè, e facendo il fervorino 



152 GUERRA DI SANTI. 

andava distribuendo sorrisi e strette di mano , e 
andava dicendo: — Loro signori favoriranno in sa- 
grestia, a prendere la cioccolata, il di della festa. 

— Lasciamo stare la festa, disse il vice-pretore, 
se no nasceranno degli altri guai, 

— I guai nasceranno se si fanno di queste pre- 
potenze, che uno non è più padrone di spassar- 
sela come vuole, spendendo i suoi denari! — 
esclamò Bruno il carradore. 

— Io me ne lavo le mani. Gli ordini del go- 
verno sono precisi. Se fate la festa mando a chia- 
mare i carabinieri. Io voglio l'ordine. 

— Dell'ordine rispondo io! sentenziò il sindaco, 
picchiando in terra coli' ombrella , e girando lo 
sguardo intorno. 

— Bravo! come se non si sapesse che chi vi 
tira i mantici in consiglio e vostro cognato Bruno' 
— ripicchiò il vice-pretore. 

— E voi fate V opposizione per la picca di 
quella contravvenzione del bucato che non potete 
mandar giù! 







GUERRA DI SANTI. 183 

— Signori miei! signori miei! — andava rac- 
comandando il delegato! — Così non facciamo 



nulla 



— Faremo la rivoluzione, faremo! — urlava 
Bruno colle mani in aria. 

Per fortuna il parroco aveva messo in salvo, le- 
sto lesto, le chicchere e i bicchieri, e il sagrestano 
era corso a rompicollo a licenziare la banda, che, 
saputo l'arrivo del delegato, accorreva a dargli il 
benvenuto, soffiando nei corni e nei clarinetti. 

— Così non si fa nulla! borbottava il delegato, 
e gli seccava pure che le messi fossero già ma- 
ture di là delle sue parti, mentre ei se ne stava 
a perdere il suo tempo con compare Bruno e col 
vice-pretore che volevano mangiarsi 1' anima. — 
Cos'è questa storia della contravvenzione pel bu- 
cato ? 

— Le solite prepotenze. Ora non si può scio- 
rinare un fazzoletto da naso alla finestra, che su- 
bito vi chiappano la multa. La moglie del vice- 
pretore, fidandosi che suo marito era in carica, 



184 GUERRA DI SANTI. 

— sinora un po' di riguardo c'era sempre stato 
per le autorità, — soleva asciugare sul terrazzino 
tutto il bucato della settimana, si sa.... quel po' di 
grazia di Dio.... Ma adesso colla nuova legge è 
peccato mortale, e son proibiti perfino i cani e le 
galline , e gli altri animali, con rispetto, che fino 
ad ora facevano la polizia nelle strade; e alla 
prima pioggia , Dio ce la mandi buona di non 
affogare tutti nel sudiciume. La verità vera poi è 
che Bruno l'assessore l'ha contro il vicepretore, 
per certa sentenza che gli ha dato contro. 

Il delegato, per conciliare gli animi, stava in- 
chiodato nel confessionario come una civetta dalla 
mattina alla sera, e tutte le donne volevano essere 
confessate dal rappresentante del vescovo, il quale 
ci aveva l'assoluzione plenaria per ogni sorta di 
peccati , come se fosse stata la persona stessa di 
monsignore. 

— Padre! — gli diceva Saridda col naso alla 
graticola del confessionario. — Compare Nino 
ogni domenica mi fa far peccati in chiesa. 









GUERRA DI SANTI. l8j 

— In che modo, figliuola mia? 

— Quel cristiano doveva esser mio marito , 
prima che vi fossero queste chiacchiere in paese, 
ma ora che il matrimonio è rotto , si pianta vi- 
cino all'aitar maggiore, per guardarmi e ridere coi 
suoi amici tutto il tempo della santa messa. 

E come il reverendo cercava di toccare il cuore 
a compare Nino: 

— È lei piuttosto che mi volta le spalle quando 
mi vede, quasi fossi un pezzente, — rispondeva il 
contadino. 

Egli invece se la gnà Saridda passava dalla 
piazza la domenica, affettava di esser tutt'uno col 
brigadiere, o con qualche altro pezzo grosso , e 
non si accorgeva nemmeno di lei. Saridda era 
occupatissima a preparare lampioncini di carta co- 
lorata, e glieli schierava sul mostaccio , lungo il 
davanzale, col pretesto di metterli ad asciugare. 
Una volta che si trovarono insieme in un bat- 
tesimo non si salutarono nemmeno , come se 
non si fossero mai visti , e anzi Saridda kcc 



lS6 GUERRA DI SANTI. 

la civetta col compare che aveva battezzata la 
bambina. 

— Compare da strapazzo! — sogghignava Nino. 
— Compare di bambina! Quando nasce una fem- 
mina si rompono persino i travicelli del tetto. 

E Saridda, fingendo di' parlare colla puerpera: 

— Tutto il male non viene per nuocere. Alle 
volte, quando vi pare d'aver perso un tesoro, do- 
vete ringraziar Dio e San Pasquale; che prima di 
conoscere bene una persona bisogna mangiare 
sette salme di sale. 

— Già le disgrazie bisogna pigliarle come ven- 
gono, e il peggio è guastarsi il sangue per cose 
che non ne valgono la pena. Morto un papa, se 
ne fa un altro. 

— I bambini sono destinati come devono na- 
scere, al pari dei matrimoni; perchè è meglio spo- 
sare uno che vi voglia bene davvero e non lo 
faccia per secondo fine , anche se non abbia né 
roba, nò chiuse, ne mule, né nulla. 

In piazza suonava il tamburo, quello della meta. 







GUERRA DI SANTI. 187 

— 11 sindaco dice che vi sarà la festa — susur- 
ravano nella folla. 

— Litigherò sino alla consumazione dei secoli ! 
mi ridurrò povero e in camicia come il santo 
Giobbe, ma quelle cinque lire di multa non le 
pagherò! dovessi lasciarlo nel testamento! 

— Sangue d' un cane! che festa vogliono fare 
se quest'anno morremo tutti di fame! — escla- 
mava Nino. 

Sin dal mese di marzo non pioveva una goc- 
cia d'acqua, e i seminati gialli, che scoppiettavano 
come l'esca « morivano di sete ». Bruno il car- 
radore diceva invece che quando San Pasquale 
esciva in processione pioveva di certo. Ma che 
gliene importava della pioggia a lui se faceva il 
carradore, e a tutti gli altri conciapelli del suo 
partito?... Infatti portarono San Pasquale in pro- 
cessione a levante e a ponente, e l'affacciarono 
sul poggio, a benedir la campagna, in una gior- 
nata afosa di maggio, tutta nuvoli: una di quelle 
giornate in cui i contadini si strappano i capelli 



l88 GUERRA DI SANTI. 

dinanzi ai campi « bruciati » e le spighe chinano 
il capo proprio come se morissero. 

— San Pasquale maledetto ! — gridava Nino 
sputando in aria, e correndo come un pazzo pel 
seminato. — M'avete rovinato, San Pasquale! non 
mi avete lasciato altro che la falce per segarmi il 
collo! 

Nel quartiere alto era una desolazione , una di 
quelle annate lunghe in cui la lame comincia a 
giugno, e le donne stanno sugli usci, spettinate e 
senza far nulla, coll'occhio fisso. La gnà Saridda, 
all'udire che si vendeva in piazza la mula di com- 
pare Nino onde pagare il fìtto della terra che non 
aveva dato nulla, si sentì sbollire la collera in 
un attimo, e mandò in fretta e in furia suo fra- 
tello Turi, con quei soldi che avevano da parte , 
per aiutarlo. 

Nino era in un canto della piazza , cogli occhi 
astratti e le mani in tasca, mentre gli vendevano 
la mula tutta in fronzoli e colla cavezza nuova. 

— Non voglio nulla , ei rispose torvo. — Le 







• GUERRA DI SANTI. 1S9 

braccia mi restano ancora, se Dio. vuole! Bel santo, 
quel San Pasquale, eh! 

Turi gli voltò le spalle per non finirla brutta , 
e se ne andò. Ma la verità era che gli animi si 
trovavano esasperati, ora che San Pasquale l'ave- 
vano portato in processione a levante e a ponente 
con quel bel risultato. Il peggio era che molti del 
quartiere di San Rocco si erano lasciati indurre 
ad andare colla processione anche loro, picchian- 
dosi come asini, e colla corona di spine in capo, 
per amor del seminato. Ora poi si sfogavano in 
improperi , tanto che il delegato di monsignore 
aveva dovuto battersela a piedi e senza banda 
coni' era venuto. 

Il vice-pretore, per prendersi una rivincita sul 
carradore, telegrafava che gli animi erano eccitati, 
e l'ordine pubblico compromesso; sicché un bel 
«iorno si udì la notizia che nella notte erano ar- 

o 

rivati i compagni d'arme, e ognuno poteva an- 
dare a vederli nello stallatico. 

— Son venuti pel colera — dicevano però degli 






I90 GUERRA DI SANTI. 

altri. — Laggiù nella citta la gente muore come 
le mosche. 

Lo speziale mise il catenaccio alla bottega, e il dot- 
tore scappò il primo perchè non l'accoppassero. 

— Non sarà nulla, — dicevano quei pochi ri- 
masti in paese, che non erano potuti fuggire qua 
e là per la campagna. — San Rocco benedetto lo 
guarderà il suo paese, e il primo che va in giro 
di notte gli faremo la pelle. 

E anche quelli del quartiere basso erano corsi 
a piedi scalzi nella chiesa di San Rocco. Però di 
lì a poco i morti cominciarono a spesseggiare 
come i goccioloni grossi che annunziano il tem- 
porale, e di questo dicevasi eh' era un maiale , e 
aveva voluto morire per fare una scorpacciata di 
fichidindia, e di quell'altro che era tornato da 
campagna a notte fatta. Insomma il colera era ve- 
nuto bello e buono, malgrado la guardia , e in 
barba a San Rocco , nonostante che una vecchia 
in odore di santità avesse sognato che San Rocco 
in persona le diceva: 



GUERRA DI SANTI. 19 1 

— Del colera non abbiate paura, che ci penso io, 
e non sono come quel disutilaccio di San Pasquale. 

Nino e Turi non si erano più visti dopo l'affare 
della mula ; ma appena il contadino intese dire 
che fratello e sorella erano malati tutti e due , 
corse alla loro casa, e trovò Saridda nera e con- 
trafatta, in fondo alla stanzuccia , accanto a suo 
fratello, il quale stava meglio, lui, ma si strappava 
i capelli e non sapeva più che fare. 

— Ah! San Rocco ladro! si mise a gemete 
Nino. — Questa non me l'aspettava! O gnà Sa- 
ridda, che non mi conoscete più ? Nino, quello di 
una volta? 

La gnà Saridda lo guardava con certi occhi in- 
fossati che ci voleva la lanterna a trovarli, e Nino 
ci aveva due fontane ai suoi occhi. — Ah! San 
Rocco ! diceva lui , questo tiro è più birbone di 
quello che mi ha fatto San Pasquale! 

Però la Saridda guari, e mentre stava sull'uscio, 
col capo avvolto nel fazzoletto , e gialla come la 
cera vergine, gli andava dicendo ; 






I92 GUERRA DI SANTI. 

— San Rocco mi ha fatto il miracolo, e dovete 
venirci anche voi , a portargli la candela per la 
sua festa. 

Nino, col cuore gonfio, diceva di sì col capo; 
ma intanto aveva preso il male anche lui, e stette 
per morire. Saridda allora si graffiava il viso , e 
diceva che voleva morire con lui, e si sarebbe ta- 
gliati i capelli e glieli avrebbe messi nel cataletto, 
che nessuno P avrebbe più vista in faccia finche 
era viva. 

— No! no! — rispondeva Nino col viso dis- 
fatto. — I capelli torneranno a crescere; ma chi 
non ti vedrà più sarò io che sarò morto. 

— Bel miracolo che ti ha fatto San Rocco ! — 
gli diceva Turi per consolarlo. 

E tutti e due, convalescenti, mentre si scalda- 
vano al sole, colle spalle al muro e il viso lungo 
si gettavano in viso P un P altro San Rocco e 
San Pasquale. 

Una volta passò Bruno il carradore, che tornava 
da campagna a colera finito, e disse: 







GUERRA. DI SANTI. 193 

— Vogliamo fare una gran festa , per ringar- 
ziare San Pasquale di averci salvati dal colera. 
D'ora innanzi non ci saranno più arruffapopoli, ne 
oppositori, ora che è morto quel vice-pretore che 
ha lasciato la lite nel testamento. 

— Sì , la festa per quelli che son morti! — 
sogghignò Nino. 

— E tu che sei vivo per San Rocco forse? 

— La volete finire, saltò su Saridda, che poi ci 
vorrà un altro colera per far la pace! 



v 



erga. Cavalleria rusticana. 



M 






PENTOLACCIA. 



Giacché facciamo come se fossimo al cosmorama, 
quando c'è la festa nel paese, che si mette l'occhio 
al vetro, e si vedono passare ad uno ad uno Ga- 
ribaldi e Vittorio Emanuele, adesso viene « Pen- 
tolaccia » ch'è un bello originale anche lui, e ci 
fa bella figura fra tanti matti che hanno avuto il 
giudizio nelle calcagna, e hanno fitto tutto il con- 
trario di quel che suol fare un cristiano il quale 
voglia mangiarsi il suo pane in santa pace. 

Ora se si ha a fare l'esame di coscienza a tutti 
coloro che hanno avuto il bel gusto di far par- 
lare di sé, nell'aia, nell'ora delle chiacchiere, dopo 



I98 PENTOLACCIA. 

colezione; e se si deve fare come fa il fattore il 
sabato sera che dice a questo: — Cosa ti viene 
per le tue giornate? — e a quell'altro: — Tu che 
hai fatto nella settimana? — non si può lasciar 
a Pentolaccia » senza dirgli il fatto suo, un brutto 
fatto in verità , che gli avevano messo quel bel 
gnolo per la brutta cosa che sapete. 
Già si sa che la gelosia è un difetto che l'ab- 
biamo tutti, chi più chi meno, e per questo i gal- 
letti si spennacchiano fra di loro prima ancora di 
mettere la cresta, e i muli sparano calci nella stalla. 
Ma quando uno non ha mai avuto questo vizio , 
e ha chinato sempre il capo in santa pace , che 
sant'Isidoro ce ne scampi, non si sa capire come 
abbia a infuriare tutt' a un tratto , al pari di un 
toro nel mese di luglio, e faccia cose da matto, 
come uno che non ci vegga .più dagli occhi pel 
mal di denti; che quelle cose lì sono appunto 
come i denti, che danno un martore da far per- 
dere la ragione allorché spuntano , ma dopo non 
danno più noia, e servono a masticare il pane; e 







PENTOLACCIA. 199 

lui ci masticava così bene che aveva messo pancia, 
come un galantuomo, e pareva un canonico; per 
questo la gente lo chiamava « Pentolaccia » perchè 
ci aveva la pentola al fuoco tutti i giorni , che 
gliela manteneva sua moglie Venera con don Liborio. 

Egli aveva voluto sposare la Venera per forza, 
sebbene non ci avesse né re nò regno, e anche lui 
dovesse far capitale sulle sue braccia per buscarsi 
il pane. Invano sua madre, poveretta , gli andava 
dicendo: — Lascia star la Venera, che non fa per 
te; porta la mantellina a mezza testa, e fi vedere il 
piede quando va per la strada. — I vecchi ne sanno 
più di noi, e bisogno ascoltarli pel nostro meglio. 

Ma lui ci aveva sempre pel capo quella scarpetta 
e quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori 
della mantellina; perciò se la prese senza volere 
udir altro, e la madre usci di casa dopo trentanni 
che c'era stata, perchè suocera e nuora insieme ci 
stanno proprio come due mule selvaggie alla stessa 
mangiatoia. La nuora, con quel suo bocchino me- 
lato, tanto disse e tanto fece che la povera vecchia 



20Ó t^ENTOLACCIA. 

brontolona dovette lasciarle il campo libero, e an- 
darsene a morire in un tugurio ; e fra marito e 
moglie succedeva anche una quistione ogni volta 
che doveva pagarsi la mesata del tugurio. E allor- 
ché il figlio accorse trafelato , al sentire che alla 
vecchiarella le avevano portato il viatico, non potè 
ricevere la benedizione, uè cavare l'ultima parola 
di bocca alla moribonda, la quale aveva già le lab- 
bra incollate dalla morte , e il viso disfatto , nel- 
l'angolo della casuccia dove cominciava a farsi scuro, 
e aveva vivi solamente gli occhi, coi quali pareva 
che volesse dirgli tante cose. — Eh?... Eh?... 

Chi non rispetta i genitori fa il suo malanno e 
non fa buona fine. 

La povera vecchia era morta col rammarico della 
mala riuscita che aveva finto la moglie di suo fi- 
glio; e Dio le aveva accordato la grazia di andar- 
sene da questo mondo , portandosi al mondo di 
là tutto quello che ci aveva nello stomaco contro 
la nuora , e che sapeva come gli avrebbe fatto 
piangere il cuore al figliuolo. Appena la nuora era 







PENTOLACCIA. 201 

rimasta padrona della casa, e colla briglia sul collo, 
ne aveva fatte tante e poi tante, che la gente or- 
mai non chiamava altrimenti suo marito che con 
quel nomacelo, e quando arrivava a sentirlo anche 
lui, e si avventurava a lagnarsene colla moglie — 
Tu che ci credi? gli diceva lei: ed egli non ci 
credeva, contento come una pasqua. 

Era fatto così poveretto , e sin qui non faceva 
male a nessuno. Se gliel'avessero fatta vedere coi 
suoi occhi, avrebbe detto che non era vero. O 
fosse che per la maledizione della madre la Venera 
gli era cascata dal cuore, e non ci pensasse più; 
o perchè standosene tutto 1' anno in campagna a 
lavorare, e non vedendola altro che il sabato sera, 
ella si era fatta sgarbata e disamorevole col ma- 
rito, ed egli avesse finito di volergli bene; e quando 
una cosa non ci piace più , ci sembra che non 
debba premere nemmeno agli altri , e non ce ne 
importa più nulla che sia di questo o di quell'al- 
tro; insomma la gelosia non poteva entrargli in 
testa neanche a ficcarcela col cavicchio, e avrebbe 



202 PENTOLACCIA. 

continuato per cent'anni ad andare lui stesso, quan- 
do ce lo mandava sua moglie, a chiamare il me- 
dico, il quale era don Liborio. 

Don Liborio era anche suo socio, tenevano una 
chiusa a mezzeria; ci avevano una trentina di pe- 
core in comune; prendevano insieme dei pascoli 
in affitto, e don Liborio dava la sua parola in ga- 
renzia, quando si andava dinanzi al notaio. « Pen- 
tolaccia » gli portava le prime fave e i primi pi- 
selli, gli spaccava la legna per la cucina , gli pi- 
giava l'uva nel palmento; a lui in cambio non gli 
mancava nulla, nò il grano nel graticcio, né il vino 
nella botte, né l'olio nell'orciuolo; sua moglie 
bianca e rossa come una mela, sfoggiava scarpe 
nuove e fazzoletti di seta; don Liborio non si fa- 
ceva pagar le sue visite , e gli aveva battezzato 
anche un bambino. Insomma facevano una casa 
sola, ed ei chiamava don Liborio « signor com- 
pare » e lavorava con coscienza — su tal riguardo 
a Pentolaccia » non gli si poteva dire — a far 
prosperare la società col « signor compare » il 









PENTOL ACCIA. 20j 

quale perciò ci aveva il suo vantaggio anche lui, e 
così erano contenti tutti, che alle volte il diavolo 
non è brutto come si dipinge. 

Ora avvenne che questa pace degli angeli si 
mutò in un casa del diavolo tutt' a un tratto 
in un giorno solo, in un momento, come gli altri 
contadini che lavoravano nel maggese , mentre 
chiacchieravano all'ombra, nell'ora di vespcro, ven- 
nero per caso a leggergli la vita , a lui e a sua 
moglie, senza accorgersi che « Pentolaccia » s'era 
buttato a dormire dietro la siepe, e nessuno l'aveva 
visto, che per questo si suol dire « quando mangi 
chiudi l'uscio, e quando parli guardati d'attorno. » 

Stavolta parve proprio che il diavolo andasse 
a stuzzicare e Pentolaccia » il quale dormiva , e 
gli soffiasse neh' orecchio gì' improperii che dice- 
vano di lui, e glieli ficcasse neh' anima con un 
chiodo. — E quel becco di « Pentolaccia! » 
dicevano, che si rosica mezzo don Liborio ! e ci 
mangia e ci beve nel brago, e c'ingrassa come 
un maiale! 



204 PENTOLACCIA. 

Allora egli si rizzò come se l'avesse morso un 
cane arrabbiato , e si diede a correre verso il 
paese senza vederci più degli occhi, che fin l'erba 
e i sassi gli sembravano rossi al pari del sangue. 
Sulla porta di casa sua incontrò don Liborio , il 
quale se ne andava tranquillamente , facendosi 
vento col cappello di paglia. — Sentite, « si- 
gnor compare » gli disse lui; se vi vedo un'altra 
volta in casa mia, com' è vero Dio! vi faccio la 
festa ! 

Don Liborio lo guardò negli occhi, quasi par- 
lasse turco, e gli parve che gli avesse dato volta 
al cervello, con quel caldo , perchè davvero non 
si poteva immaginare che a « Pentolaccia » sal- 
tasse in mente da un momento all' altro di esser 
geloso , dopo tanto tempo che aveva chiuso gli 
occhi, ed era la miglior pasta d' uomo e di ma- 
rito che fosse al mondo. 

— Cosa avete oggi, compare? gli disse. 

— Ho, che se vi vedo un' altra volta in casa 
mia, com'è vero Dio, vi faccio la festa. 



PENTOLACCIA. 20j 

Don Liborio si strinse nelle spalle e se ne andò 
ridendo. Lui entrò in casa tutto stralunato, e ri- 
petè alla moglie: - — Se vedo qui un' altra volta 
« il signor compare » com'è vero Dio, gli faccio 
la festa! 

Venera si cacciò i pugni sui fianchi, e comin- 
ciò a sgridarlo e a dirgli degli improperi. Ei si 
ostinava a dire sempre di sì col capo , addossato 
alla parete, come un bue che ha la mosca, e non 
vuol sentir ragione. I bambini strillavano al ve- 
der quelle cose insolite. La moglie infine prese 
la stanga, e lo cacciò fuori dell' uscio per levar- 
selo dinanzi, e gli disse che in casa sua era pa- 
drona di fare quello che le pareva e piaceva. 

« Pentolaccia » non poteva più lavorare nel 
maggese, pensava sempre a una cosa, ed aveva 
una faccia di basilisco che nessuno gli conosceva. 
Prima d'imbrunire, ed era sabato, piantò la zappa 
nel solco , e se ne andò senza farsi saldare il 
conto della settimana. Sua moglie , vedendoselo 
arrivare senza denari, e per giunta due ore prima 



206 PENTOLACCIA. 

del consueto , tornò di nuovo a strapazzarlo, e 
voleva mandarlo in piazza, a comprarle delle ac- 
ciughe salate, che si sentiva una spina nella gola. 
Ma ei non volle andarsene dalla cucina, tenendosi 
la bambina fra le gambe, la quale, poveretta, non 
osava muoversi, e piagnuccolava, per la paura che 
il babbo le faceva con quella faccia. Venera quella 
sera aveva un diavolo per capello , e la gallina 
nera, appollaiata sulla scala, non finiva di chioc- 
ciare, come quando deve accadere una disgrazia. 

Don Liborio soleva venire dopo le sue visite, 
prima d' andare al caffè , a far la sua partita di 
tresette; e quella sera Venera diceva che voleva 
farsi tastare il polso , perchè tutto il giorno si 
era sentita la febbre, per quel male che ci aveva 
nella gola. « Pentolaccia » lui, stava zitto, e non 
si muoveva dal suo posto. Ma come si udì per 
la stradicciuola tranquilla il passo lento del dot- 
tore che se ne venia adagio adagio, un po' stanco 
delle visite, soffiando pel caldo, e facendosi vento 
col cappello di paglia, « Pentolaccia » andò a. 









PENTOLACCIA. 20J 

prender la stanga colla quale sua moglie lo scac- 
ciava fuori di casa, quando egli era di troppo , e 
si appostò dietro T uscio. Per disgrazia Venera 
non se ne accorse, perchè in quel momento era 
andata in cucina a mettere una bracciata di legna 
sotto la caldaia che bolliva. Appena don Liborio 
mise il piede nella stanzi , suo compare levò la 
stanga , e gli lasciò cadere fra capo e collo tal 
colpo, che l'ammazzò come un bue , senza biso- 
gno di medico, né di speziale. 

Cosi fu che « Pentolaccia » andò a finire in 
galera. 



IL COME, IL QUANDO 

ED IL PERCHÈ. 



Verga. Cavalleria rusticana. 



il signor Polidori, e la signora Rinaldi si ama- 
vano — o credevano di amarsi — ciò che è pre- 
cisamente la stessa cosa, alle volte; e in verità, se 
mai l' amore è di questa terra , essi erano fatti 
l'uno per l'altro: Polidori si godeva quarantamila 
lire di entrata, e una pessima riputazione di cat- 
tivo soggetto, la signora Rinaldi era una donnina 
vaporosa e leggiadra, e aveva un marito che la- 
vorava per dieci, onde farla vivere come se pos- 
sedesse quarantamila lire di rendita. Però sul conto 
di lei non era corsa la più innocente maldicenza, 
sebbene tutti gli amici di Polidori fossero passati 



212 IL COME, IL QUANDO RD IL PERCHE. 

in rivista, col fiore all'occhiello, dinanzi alla fiera 
beltà. Finalmente la fiera beltà era caduta — il 
caso, la fatalità, la volontà di Dio, o quella del 
diavolo, l'avevano tirata pel lembo della veste. 

Quando si dice cadere intendesi che aveva la- 
sciato cadere sul Polidori quel primo sguardo lan- 
guido, molle, smarrito, che fa tremare le ginoc- 
chia al serpente messo in agguato sotto 1' albero 
della seduzione. Le cadute a rotta di collo son 
rare, e alle volte fanno scappare il serpente. La 
signora Rinaldi , prima di scendere da un ramo 
all'altro , voleva vedere dove metteva i piedi , e 
faceva mille graziose moine col pretesto di voler 
fuggire verso le cime alte. Da circa un mese ella 
si era appollaiata sul ramoscello della corrispon- 
denza epistolare , ramoscello flessibile e perico- 
loso , agitato da tutte le aurette profumate. — 
Avevano cominciato col pretesto di un libro da 
chiedere o da restituire, di una data da precisare, 
o che so io — la bella avrebbe voluto fermarvisi 
un pezzo, su quel ramo , a cinguettare graziosa- 






IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 2Ij 

mente, perchè le donne cinguettano sempre a me- 
raviglia, così cullandosi fra il cielo e la terra; Po- 
lidori , il quale aveva vuotato il sacco , divenne 
presto arido, laconico, categorico che era una di- 
sperazione. La poveretta chiuse gli occhi e le ali, 
e si lasciò scivolare un altro po'. 

— Non ho letto la vostra lettera; nò voglio leg- 
gerla! — gli disse incontrandolo all'ultimo ballo 
della stagione, mentre seguivano la fila delle cop- 
pie. — Giacche non volete essere quello che vi 
avevo ideato, lasciatemi rimanere quale voglio es- 
sere io. 

Polidori la fissava serio serio , tormentandosi i 
barri, ma colla fronte china. Gli altri ballerini che 
non avevano nessuna ragione per stare a chiac- 
chierare nel vano dell' uscio , li spingevano verso 
il salone. La donna arrossì, quasi fosse stata sor- 
presa in un abboccamento secreto con lui. 

Polidori — il serpente — notò quella vampa 
fugace. — Sapete che vi obbedirò ad ogni costo, 
rispose semplicemente. 



214 IL C ME 5 IL QUANDO ED IL PERCHE. 

La croce di brillanti scintillò sul petto di lei , 
sollevandosi in trionfo. Tutta la sera la signora 
Rinaldi ballò come una pazza , passando da un 
ballerino all'altro, tirandosi dietro uno sciame di 
adoratori, cogli occhi ebbri di festa , luccicanti 
come le gemme che le formicolavano sul seno 
anelante. Però ad un tratto, trovandosi faccia a 
faccia colla sua immagine in un grande specchio, 
si fece seria e non volle ballar più. Rispondeva 
a tutti di sentirsi stanca, molto stanca; e mac- 
chinalmente cercava cogli occhi suo marito. Non 
c'era nemmen lui, quell'uomo! In quei dieci mi- 
nuti che rimase accasciata sul canapè , senza cu- 
rarsi che la sua veste si affagottava sgarbatamente, 
le passarono davanti agli occhi delle strane fan- 
tasie, insieme alle coppie che ballavano il valzer. 
Polidori solo non ballava , né si vedeva più. — 
Che uomo era mai costui? Finalmente lo scorse 
in fondo a una sala deserta , faccia a faccia con 
una testa pelata, che non doveva aver nulla da 
dire, sorridendo come un uomo per cui il sor- 



- 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 2IJ 

riso sia indifferente aneli- esso. — Ella avrebbe 
preferito sorprenderlo colla più bella signora della 
festa, in parola d'onore! — Polidori non se ne 
avvide. Si alzò, premuroso sempre , e le offrì il 
braccio. 

In quel momento , proprio in quel momento 
doveva cacciarlesi fra i piedi anche suo marito , 
che cercava di lei. Allora, bruscamente, aggiustan- 
dosi sull'omero la scollatura della veste , con un 
leggiadro movimento della spalla , disse piano a 
Polidori, così piano che il fruscio della seta coprì 
quasi il suono della voce. 

— Sia pure, domani alle nove, ai Giardini. 

Polidori s' inchinò profondamente e la lasciò 
passare , raggiante e commossa , al braccio del 
marito. 



Giammai mattino di primavera non era sem- 
brato così misteriosamente bello alla signora Ri- 



21(3 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

naldi nella sua villa deliziosa della Brianza , e 
giammai ella non 1' avea contemplato con occhio 
più distratto attraverso al cristallo scintillante del 
suo coupé, come quando il suo legnetto attraver- 
sava rapidamente la piazza Cavour. Il sole inon- 
dava i viali del giardino, caldo e dorato, sull'erba 
che incominciava a rinverdire; l'azzurro del cielo 
era profondo. Co teste impressioni , ad insaputa di 
lei, riverberavansi nei suoi grandi occhi neri, che 
guardavano lontano, non sapeva ella stessa dove, 
né che cosa, mentre appoggiava la mano e la fronte 
pallida alla manopola. Di tanto in tanto un bri- 
vido la faceva stringere nelle spalle, un brivido di 
stanchezza o di freddo. 

Appena la carrozza si fermò al cancello, ella tra- 
salì, e si tirò indietro vivamente, quasi suo marito 
si fosse affacciato all' improvviso allo sportello. 
Esitò alquanto prima di scendere, colla mano sulla 
maniglia, pensando vagamente a quell'aspetto nuovo, 
sotto cui le si affacciava alla mente suo marito; 
poi mise il piede a terra e si calò il velo sul 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 217 

viso: un velo fitto, nero, tempestato di puntini, 
attraverso al quale gli occhi acquistavano alcunché 
di febbrile, e i lineamenti una rigidità di fantasma. 
La carrozza si allontanò di passo , senza far ru- 
more, da carrozza discreta e ben educata. 

Il giardino sembrava destato anch' esso prima 
dell'ora, e tutto sorpreso d'incominciar la sua gior- 
nata così presto. Degli uomini in manica di ca- 
micia lo lavavano, lo pettinavano, gli facevano la 
sua toeletta mattutina. Le poche persone che si 
incontravano avevano l' aspetto di trovarsi là a 
quell'ora per la prima volta, e per ordine del me- 
dico anche loro; osavano interrogare il velo della 
passeggiatrice mattiniera, e indovinare il profumo 
del fazzoletto nascosto nel manicotto che ella si 
premeva sul petto con forza. Un vecchio che si 
trascinava lentamente, cercando il sole di marzo , 
si fermò a guardarla, coni' ella fu passata, appog- 
giandosi al bastone malfermo, e tentennò il capo 
tristamente. 

La signora Rinaldi si arrestò dinanzi alla sponda 






2l8 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

del laghetto, saettando a dritta e a sinistra un'oc- 
chiata guardinga, cercando qualche cosa o qual- 
cuno. Il mormorio fresco dell' acqua , e lo stor- 
mire lieve lieve degli ippocastani la isolavano com- 
pletamente; allora sollevò alquanto il velo, e cavò 
dal guanto un bigiiettino meno grande di una 
carta da giuoco. Per due o tre minuti l' acqua 
seguitò a scorrere, e le foglie a stormire per conto 
loro. La donna aveva gli occhi assorti, avidi, umidi 
di sogni. 

Tutt'a un tratto un passo frettoloso le fece riz- 
zare il capo, e il sangue le avvampò sulle guance, 
come se gli occhi ardenti del nuovo arrivato le 
avessero sfiorato il viso con un bacio. Polidori 
stava per portare la mano al cappello , quando 
ella gli arrestò il gesto con uno sguardo imper- 
cettibile, e gli passò vicino senza fissarlo. 

Camminava a capo chino, ascoltando lo stridere 
della sabbia sotto i suoi stivalini, senza guardare 
dinanzi a sé. Di tanto in tanto si metteva il faz- 
zoletto alla bocca; per riprender fiato, quasi il suo 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 219 

cuore divorasse avidamente tutta l'aria che la cir- 
condava. L'onda lenta del ruscello l'accompagnava 
chetamente, borbottando sottovoce, addormentando 
le ultime sue paure; l'ombra dei cedri e il silen- 
zio del viale deserto la penetravano vagamente , 
con sottile voluttà. 

Quando si fermò dinanzi alla gabbia del leo- 
pardo il petto le scoppiava e i ginocchi le tre- 
mavano forte , che accanto a lei si era fermato 
anche Polidori , guardando attentamente il su- 
perbo animale, con la curiosità che avrebbe mo- 
strato un contadino sbandato per quelle parti , e 
le disse piano: — Grazie! 

Ella non rispose , si lece rossa rossa, e strinse 
con forza i ferri della stia a cui appoggiava la 
fronte. Cotesta sensazione le faceva bene sulla 
epidermide della mano senza guanto. Gin avrebbe 
potuto immaginare che quella semplice parola, 
scambiata di furto, in fondo a quel deserto, do- 
vesse vibrare tanto deliziosamente! No! davvero! 
C'era da perderci la testa! Ella si sentiva avvam- 






220 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

pare fin sulla nucca , che ei , ritto dietro le sue 
spalle, poteva vedere arrossire; un'onda di parole 
sconnesse e tumultuose le montavano alla testa, 
la ubbriacavano; parlava del ballo dove si era di- 
vertita assai; di suo marito il quale era partito 
all' alba , quand' ella non aveva ancora chiuso gli 
occhi. — Però non sono st.mca! quest'aria fresca 
fa bene, tanto bene! ci si sente rinascere, non 
è vero ? 

— Sì! è vero! rispose Polidori guardandola 
fiso negli occhi; ma ella non osava levarli di 
terra. 

— Quando sarò in Brianza voglio levarmi col 
sole tutti i giorni. In città facciamo una vita 
impossibile. Ma però voi altri signori dovete pre- 
ferirla. 

Parlava in fretta, e con voce un po' troppo 
alta e squillante , sorridendo spesso , a caso ; gli 
era grata inconsciamente che ei non osasse in- 
terromperla , non osasse mischiare la sua voce 
a quella di lei. Finalmente Polidori -le disse: — 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 221 

Ma perchè non avete voluto ricevermi a casa 
vostra ? 

Ella gli piantò gli occhi in viso per la prima 
volta dacché erano lì , sorpresa , dolorosamente 
sorpresa. — Finora in tutto quello che avevano 
tatto, in tutto quello che avevano detto , il male 
non c'era stato che vagamente, in nube, nella 
loro intenzione , con squisita delicatezza che i 
suoi sensi finissimi assaporavano deliziosamente, 
come il leopardo sdraiato ai loro piedi si godeva 
il raggio caldo del sole, ammiccando la larga pu- 
pilla dorata, con quel medesimo inconscio e vo- 
luttuoso stiramento di membra. Richiamata così 
bruscamente alla realtà , stringeva le mani e le 
labbra con un' espressione dolorosa; gli occhi le 
si velarono quasi, seguendo nello spazio 1' incan- 
tesimo che si era rotto, e gli fissò in volto que- 
gli occhi stralunati. Tutta l'esperienza che posse- 
deva Polidori non seppe fargli leggere quello che 
vi si scorgeva. — Ah! disse poi con voce mu- 
tata, sarebbe stato più prudente!... 



222 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

— Siete crudele! mormorò Polidori. 

— No ! rispose ella sollevando il capo , un 
po' rossa, ma con accento fermo. Non sono come 
tutte le altre signore, non sono prudente!... quando 
mi romperò il collo, vorrò godermi Y orrore del 
precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se 
non capite. 

Allora ei le afferrò la mano per forza , divo- 
rando tutta la sua bellezza palpitante con uno 
sguardo assetato, e balbettò: 

— Volete?... volete?... 

Ella non rispose, e fece uno sforzo per ritirare 
la mano. 

Polidori implorava la sua grazia con parole 
concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una 
preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni 
di voce che andavano a ricercare la donna nelle 
più intime libre di tutto il suo essere; ella ne 
sentiva la vampa, le sembrava di esserne avvilup- 
pata e divorata, soverchiata da un languore mor- 
tale e delizioso; e cercava di svincolarsi, pallida, 






smarrita, colle labbra convulse, spiando il viale 
di qua e di là con occhi pazzi di terrore, contor- 
cendosi sotto quella stretta possente, facendo forza 
con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da 
quell'altra mano che sentiva ardere sotto il guanto. 

Infine, vinta, fuori di se, balbettò : 

— Sì! sì! sì! e fuggì dinanzi a qualcuno di 
cui si udiva avvicinarsi il calpestìo. 

Uscendo dal giardino era così sconvolta che 
stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. 
Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato 
un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, 
balbettando: — È questo! è questo! Si sentiva 
tutta piena ed ebbra di cotesta parola , e le sue 
labbra smorte agitavansi senza mandare alcun suono, 
vagamente assaporando la colpa. 

Andò barcollante sino alla prima carrozza che 
incontrò; e si fece condurre dalla sua Erminia, 
quasi in cerca di aiuto. La sua amica , vedendo- 
sela comparire dinanzi con quel viso, le corse in- 
contro fin sull'uscio del salotto. — Che hai? 



224 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

— Nulla! nulla! 

— Come sei bella! Cos'hai? 

Ella, invece di rispondere, le saltò al collo e le 
fece due baci pazzi. 

La signora Erminia era abituata alle sfuriate 
d' amicizia della sua Maria. Si misero a guardare 
insieme le fotografie che avevano viste cento 
volte, e i fiori che erano da un mese sul ter- 
razzino. 

In quel momento , per combinazione , passava 
Polidori nel phaeton del suo amico Guidetti, col 
sigaro in bocca, e salutò la signora Erminia allo 
stesso modo come avrebbe potuto salutare Maria, 
se l'avesse scorta rincantucciata fra gli arbusti, 
premendosi le mani sul petto che voleva scop- 
piarle. Era una cosa da nulla; ma uno di quei 
nonnulla che penetrano in tutto 1' essere di una 
donna come la punta di un ago. Allora , tor- 
nando a casa, la signora Rinaldi scrisse a Poli- 
dori una lunga lettera, calma e dignitosa, onde 
pregarlo di rinunciare a quell'appuntamento, di cui 






IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 22J 

le aveva strappata la promessa in un momento 
di abberrazione , un momento che rammentava 
ancora con confusione e rossore , per sua pu- 
nizione. C'era tanta sincerità nella contraddizione 
dei suoi sentimenti, che quell'istante d'abbandono, 
dopo un'ora sembrava infinitamente lontano, e se 
qualche cosa di vivo vibrava tuttora fra le linee 
della lettera, era solo il rimpianto di sogni che si 
dileguavano così bruscamente. Ella faceva appello 
all' onore e alla delicatezza di lui per farle di- 
menticare il suo errore, e lasciarle la stima di se 
stessa. 

Polidori si aspettava quasi quella lettera: la 
signora Rinaldi era troppo inesperta per non pen- 
tirsi dieci volte , prima di aver motivo di pen- 
tirsi davvero; ei fece una cosa che gli provò 
come quella donnina inesperta avesse ridestato in 
lui un sentimento schietto e forte con tutta la 
freschezza delle prime impressioni: le rimandò 
la lettera accompagnata da questa breve risposta: 

« Vi amo con tutto il rispetto e la tenerezza 

Verga. Cavalleria rusticana. r? 



226 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

che deve inspirare la vostra innocenza. Vi ri- 
mando la lettera che mi avete diretta, perchè non 
sarei degno di conservarla, e non oserei distrug- 
gerla. Ma l'imprudenza che avete commesso scri- 
vendo una tal lettera è la prova migliore della 
stima in cui deve avervi ogni uomo di cuore. » 



— Mio marito! esclamava Maria con una strana 
intonazione di voce. Ma mio marito è felicissimo! 
La rendita sale e scende per fargli piacere , i ba- 
chi sono andati bene, le commissioni piovono da 
ogni parte. C è un cinquanta per cento di utili 
— netti ! 

Erminia la stava a guardare a bocca aperta. 

— Senti, bambina, tu hai la febbre. Mesciamoci 
del the. 

Due giorni dopo, per guarire della febbre, che 
le aveva trovato la sua Erminia, le disse; 
: — Andrò in Brianza con Rinaldi. L' aria, V os- 
sigeno , la quiete , il canto degli usignoli , la fa- 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 227 

miglia... Che peccato non ci abbia dei bambini da 
cullare ! 



Là , sotto gli alberi folti , di faccia ai largai 
orizzonti , sentiva una strana irritazione contro 
quella pace che la invadeva lentamente, suo mal- 
grado, dal di fuori. Andava spesso sulle balze pit- 
toresche verso il tramonto, a sciuparvi gli stiva- 
lini, e a montarsi la testa di proposito con dei 
sentimenti presi a prestito nei romanzi. Polidori 
aveva avuto il buon gusto di eclissarsi con garbo, 
restando a Milano, senza fu* nulla di teatrale e di 
convenzionale, come uno che sa mettere della cor- 
tesia anche a farsi dimenticare. — Nò ella avrebbe 
saputo dire se pensasse ancora a lui; ma provava 
delle aspirazioni indefinite, che nella solitudine le 
tenevano compagnia, l'avviluppavano mollemente e 
tenacemente in quell'inerzia pericolosa, e parlavano 
per lei nel silenzio solenne che la circondava , e 






228 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

l'uggiva. Ella sfogavasi a scrivere delle lunghe let- 
tere alla sua amica, vantandole le delizie ignorate 
della campagna, la squilla dell'avemaria fra le valli, 
il sorger del sole sui monti; facendole il conto 
delle ova che raccoglieva la castalda , e del vino 
che si sarebbe imbottigliato quell'anno. 

— Parlami un po' più dei tuoi libri e delle tue 
corse a cavallo, rispondeva la Erminia. Di' a tuo 
marito che non ti lasci andare al pollaio , o che 
ci venga anche lui. 

E un bel giorno , dopo un certo silenzio , si 
mise in viaggio, un po'inquieta, e andò a trovare 
la sua Maria. 

— T'ho fatto paura? le disse costei. M'hai cre- 
duto un'anima desolata in via di annientarsi? 

— No. T' ho creduto una che si annoia. Qui 
è una vera Tebaide : non e' è che da darsi a 
Dio o al diavolo. Vieni con me , a Villa d'Este. 
Voi mi permettete che ve la rubi , non è vero > 
Rinaldi? 

— Ma io desidero che ella si diverta e sia allegra. 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 229 

A Villa d'Este c'era davvero da stare allegri: 
musica, balli, regate, corse sui vaporini , escur- 
sioni nei dintorni, un mondo di gente, bellissime 
toelette, e Polidori, il quale era l'anima di tutti i 
divertimenti. 

La signora Rinaldi non sapeva che ci fosse an- 
che lui; e Polidori, se avesse potuto prevedere 
la sua venuta, le avrebbe reso il servigio di non 
farsi trovare a Villa d'Este. Ma oramai aveva ac- 
cettato certo incarico nell'organizzare le rega e, e 
non poteva muoversi senza dar nell'occhio prima 
che le regate avessero avuto luogo. Egli fece ca- 
pire tutto ciò alla signora Rinaldi , brevemente e 
delicatamente, la prima volta che si incontrarono 
nel salone , facendole in certo modo delle scuse 
velate, e scivolando sul passato con disinvoltura. 
Maria, superato quel primo istante di turbamento, 
si era sentita rinfrancare non solo, ma, per una 
strana reazione, il contegno riservato di lui le 
metteva in corpo degli accessi matti d'ironia. Egli 



2jO IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

diceva che sarebbe partito sabito dopo le regate, 
perchè aveva promesso di trovarsi con alcuni amici 
in Piemonte , per una gran caccia , e veramente 
gli rincresceva lasciare tante belle signore a Villa 
d'Este. 

— Davvero? domandò la signora Rinaldi con 
un certo risolino. Chi le piace dippiù? 

— Ma... tutte, rispose tranquillamente Polidori, 
la sua amica Erminia per esempio. 

Proprio! Ella non ci aveva mai pensato: la sua 
amica Erminia doveva far girare la testa ai signori 
uomini a preferenza di ogni altra, col suo visino 
piccante, e il suo spirito da diavolessa; così non- 
curante degli omaggi a cui era avvezza natural- 
mente — e marchesa per sopramercato — di 
quelle marchese che portano la loro corona sì fie- 
ramente, che ogni mortale sarebbe lietissimo di farsi 
accoppare per coglierne un fiore. 

Colla sua Erminia erano sempre insieme , sul 
lago, sul monte, nel salone, sotto gli alberi. Adesso 
ella la osservava come se la vedesse per la prima 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ, 23 I 

volta; la studiava, la imitava e qualche volta an- 
che le invidiava dei nonnulla. Senza volerlo, aveva 
scoperto che la sua Erminia, con tutte le sue arie 
da regina, era un tantino civetta, di quella civet- 
teria che non impegna a nulla, ma contro la quale 
nondimeno tutti gli uomini vanno a rompersi il 
naso. Era un affar serio! Non si poteva fare un 
passo senza trqvarsi fra i piedi Polidori , il bel 
Polidori, corteggiato come un re da tutte quelle 
signore , il quale senza aver T aria di avveder- 
sene comprometteva orribilmente 1' Erminia — 
il peggio era che non se ne avvedeva nep- 
pur lei, e che tutti non accettavano ad occhi 
chiusi le risate che ella ne faceva. La signora Ri- 
naldi pensava che se non fosse stato un tasto 
tanto delicato, ella l'avrebbe tatto suonare all' o- 
recchio della sua amica, e le avrebbe fiuto osser- 
vare che suono falso rendeva. 

Perciò si sforzava di non farle scorgere nem- 
meno la pena che tutto quell'armeggìo le arrecava, 
pel bene che voleva ad Erminia, ben inteso — di 



2j2 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

Polidori poco le importava — era un uomo e 
faceva il suo mestiere , oramai !... eppoi era di 
quelli che sanno consolarsi. Ma Erminia aveva 
tutto da perdere a quel giuoco , con un marito 
come il suo, che le voleva bene , ed era proprio 
un marito ideale. Che talismano possedeva dunque 
quel Polidori per ecclissaìe un uomo come il 
marchese Gandolfi nel cuore di una donna bella, 
intelligente e corteggiata come T Erminia ? Certe 
cose non si sanno spiegare. 

Per nulla al mondo avrebbe voluto che anima 
viva si fosse accorta di quel che succedeva , e 
avrebbe voluto chiudere gli occhi a tutti gli altri 
come li chiudeva lei ; ma francamente , e' era da 
perdere la pazienza. 

— Mia cara , io non mi raccapezzo più, le di- 
ceva Erminia ridendo, tranquilla , come se non si 
trattasse di lei. — Cos'hai? Alle volte mi sem- 
bra che io debba averti latto qualcosa di grosso 
a mia insaputa! 

Oibò ! quella povera Erminia come s 'i ngan- 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 2j } 

nava'L; non le aveva fatto altro che la pena di 
vederla impaniarsi spensieratamente in quel pa- 
sticcio ; anzi di lasciarvisi impaniare , perche quel 
Polidori sembrava impastarlo e rimpastarlo a suo 
grado con un'abilità diabolica. Doveva averne fatte 
molte di grosse quell' uomo , per aver acquistato 
quella maestria; era proprio un pessimo soggetto! 

— Cara Maria ! le disse Erminia un bel giorno, 
e con un bel bacione. Mi sembra che quel Po- 
lidori ti trotti un po' più del dovere per la testa. 
Guardati ! è un individuo pericoloso , per una 
bambina come te ! 

— Io ? — rispose ella stupefatta. — Io ?.... e 
non sapeva trovare altre parole sotto quegli oc- 
chioni acuti di Erminia. 

— Tanto meglio ! tanto meglio ! M' hai fatto 
una gran paura! tanto meglio! 

— Per una bambina, pensava Maria, non -mi 
usa molti riguardi , la mia Erminia ! Certe cose 
cavano gli occhi ! 

La signora Rinaldi era spietata per i corteg- 



2J4 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

giatori eleganti , per gli innamorati ad ora fissa , 
nella passeggiata del parco o nelle serate di mu- 
sica , pei conquistatori in guanti di Svezia. Una 
volta che Polidori si permise di fare qualche os- 
servazione rispettosa in propria difesa , ella gli 
lanciò in faccia uno scoppio di risa squillanti. 

— Oh ! oh ! 

Egli parve impallidire , colui , alfine ! Siccome 
le altre signore gli ronzavano sempre attorno 
come api a Polidori — la colpa era di quelle si- 
gnore che lo guastavano — ella soggiunse : 

— Non vi fate scorgere, ne sarei desolata. 

— Per chi ? 

— Per voi , per me... e per gli altri — per 
tutto il mondo. 

Questa volta ei non si lasciò sconcertare dal sar- 
casmo, e rispose con calma: 

— Non mi preme che di voi. 

Ella avrebbe voluto colpirlo in viso con un al- 
tro getto di quella ilarità spietata e mordente, ma 
il riso le morì sulle labbra, dinanzi all' espressione 






che quelle due parole davano a tutta la fìsonomia 
di lui. 

— Potete insultarmi, rispose egli, ma non avete 
il diritto di dubitare del sentimento che avete messo 
nel mio cuore. 

Maria chinò il capo, vinta. 

— Non ho rispettato ciecamente la vostra vo- 
lontà , quale sia stata? Vi ho chiesto una spiega- 
zione? Non ho prevenuto il vostro desiderio? e 
non son riescito a far le viste di aver dimenticato 
quello che nessun uomo al mondo potrebbe di- 
menticare.... da voi?... E se ho sofferto, per questo, 
c'è alcuno al mondo che mi abbia visto soffrire? 

Egli parlava con voce calma, con l' atteggiamento 
tranquillo che davano a quelle parole pacate un'elo- 
quenza irresistibile. 

— Voi!... balbettò Maria. 

— Io! ribattè Polidori, che vi amo ancora, e 
che non ve lo avrei detto giammai. 

Ella che si era fermata per strappare le foglie 
degli arbusti, fece due o tre passi per allontanarsi 



2$6 IL COME, IL QUANDO LD IL PERCHÈ. 

da lui, povera bambina ! Polidori non ne fece uno 
solo per seguirla. 



La signora Rinaldi era divenuta a un tratto ma- 
linconica e fantastica. Stava delle lunghe ore col 
libro aperto alla medesima pagina , colle dita va- 
ganti sulla tastiera del pianoforte , col ricamo ab- 
bandonato sui ginocchi, a contemplare l'acqua, i 
monti e le stelle. Lo specchio del lago riverberava 
tutte le sfumature dei suoi pensieri più indefiniti, 
e provava una squisita voluttà a sentirseli riper- 
cuotere dentro di se, intenta, assorta. Perciò sfug- 
giva le allegre brigate e preferiva errare in bar- 
chetta sul lago, sola, quando i monti vi stendevano 
larghe ombre verdi, o quando i remi luccicavano 
fra le tenebre, come spade d'acciaio, o quando il 
tramonto vi spirava tristamente con vaghe strisele 
amaranti; frapponeva la tenda fra sé e i barcaiuoli, 
e coricata sui cuscini godeva a sentirsi cullata sul- 
l'abisso, ad immergervisi quasi, tuffando la mano 









IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 2]J 

nell'acqua, sentendosene guadagnare tutta la per- 
sona con un brivido misterioso; le piaceva spro- 
fondare il suo sguardo nel buio interminato, al di 
là delle stelle, e a fantasticare su quel che doveva 
rischiarare qualche lumicino lontano che tremolava 
fra il buio, nella china dei monti. Cercava i viali 
erbosi, i misteriosi silenzi del boschetto, o lo spet- 
tacolo del lago in quelle ore in cui il sole vi splen- 
deva come su di uno specchio, o tutte le finestre 
dell' albergo stavano ancora chiuse , e la rugiada 
luccicava sull'erba del prato, e le ombre erano 
folte sotto gli alberi giganteschi , e lo scricchio- 
lare della sabbia sotto i suoi passi le sussurrava 
all'orecchio misteriose fantasticherie; spesso andava 
a leggere o a passeggiare sulla sponda del laghetto, 
nei viali remoti dei Campi Elisi, quando la luna si 
posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani 
bianche, o quando le finestre del salone stampavano 
nel buio del viale larghi quadrati di luce fredda , 
e la musica del salone taceva vagare arcane fantasie 
sotto le grandi ombre silenziose ed addormentate. 



238 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

Al di là di quelle ombre misteriose , dietro quei 
vetri scintillanti, il movimento della festa ammor- 
zato, velato, acquistava una fusione di colori, di 
linee e di suoni, che lo rendeva affascinante, qual- 
cosa fra il baccanale e la danza degli spiriti alati; 
allora respirando la vertigine , rimaneva lì , colla 
fronte sui vetri, con un formicolìo leggero alla ira* 
dice dei capelli. 

Una sera, tutt'a un tratto, la si vide comparire 
in mezzo al ballo come una visione affascinante , 
più pallida e più bella che mai, e con qualcosa che 
nessuno le aveva mai visto sulla bocca e negli oc- 
chi. La folla si apriva commossa dinanzi a lei; Er- 
minia andò u ad abbracciarla; uno sciame di ele- 
ganti giovinotti le fece ressa attorno per strap- 
parle la promessa di un giro di valzer o di 
una contradanza; ella si fermò un istante con 
quel medesimo sorriso sulle labbra , e quegli oc- 
chi splendenti come le lucciole del viale , cer- 
cando intorno , e come scorse Polidori gli buttò 
il fazzoletto. 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 2j 9 

— Dio salvi la regina! esclamò Polidori piegando 
un ginocchio. 

— Ti rubo il tuo ballerino , sai , disse Maria 
tutta festante alla sua Erminia. Ho una voglia 
matta di fare un bel giro di valzer anche io. 

Polidori era uno di quei ballerini che le si- 
gnore si disputano coi sorrisi e a colpi di ven- 
taglio sulle dita — quando il sorriso ha fatto 
troppo effetto. Possedeva la forza e la grazia , lo 
slancio e la mollezza ; nessuno sapeva rapirvi 
come lui verso le sfere spumanti d' ebbrezza co- 
lor di rosa con un colpo di garetto , adagiandovi 
sul braccio destro come su di un cuscino di vel- 
luto. Dicevano che egli solo possedesse quell' in- 
telligenza squisita dello Strauss, che vi fa perdere 
il flato e la testa , e sapeva mettere nel braccio , 
nei muscoli, in tutta la persona, la foga, l'abban- 
dono , 1' estasi. — Non voglio che balliate più ! 
— Non voglio che balliate con altre — gli disse 
Maria fermandosi anelante, colle guancie rosse, co- 
gli occhi un po'velati — e fu tutto per quella sera. 



24O IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

Ah ! come era trionfante , e come il cuore le 
ballava dentro il petto , mentre quel cavaliere in- 
vidiato l'accompagnava fra la folla ammiratrice! e 
mentre si ravvolgeva stretta nella sciarpetta nera 
in mezzo al viale, dove i rumori della festa si 
dileguavano , e le fantasticherie sorgevano , va- 
ghe , senza forma , ma assetate ancora ! Pareva 
di essere in preda a un sogno delizioso, quando 
al valzer successe un notturno di Mendelson, 
un notturno che le passava anch' esso fra i ca- 
pelli e sulla fronte , e fra le spalle , come una 
mano di velluto fresca e odorosa. A un tratto 
una figura nera si frappose dinanzi alla luce delle 
finestre che cadeva sul viale ; il suo sogno le sor- 
geva improvviso dinanzi come un' ombra. Ella si 
alzò di soprassalto, sbigottita, in tumulto, balbet- 
tando qualche parola sconnessa che voleva dir no ! 
no ! no ! e andò a ricovrarsi nel salone, rifugiali- 
dosi in mezzo al rumore e alla luce — la luce 
che le faceva socchiudere gli occhi abbarbagliati , 
e il rumore che la stordiva gradevolmente, la la- 









IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 24 1 

sciava intontita e sorridente , un po' rigida e pen- 
sosa. Erminia l' accarezzava quasi fosse un nin- 
nolo leggiadro ; quelle signore dicevano ad una 
voce che era proprio carina , cosi accerchiata dai 
più eleganti cacciatori di avventure , colle spalle 
al muro, come una cerbiatta addossata alla roccia: 
si sarebbe detto che le tremolasse negli occhi la 
lagrima della sconfitta. 

Polidori fu degli ultimi ad assalirla, da cac- 
ciatore che la sorte aveva destinato pel colpo 
di grazia ; e sembrava mosso a pietà della vit- 
tima , giacché parlandole con un viso serissimo 
della pioggia e del bel tempo , si limitava a farle 
il suo briciolo di corte, domandandole con grande 
interesse di cose indifferentissime: se avesse fatto 
la sua gita in barca , se il giorno dopo sarebbe 
andata alla sua solita passeggiata mattutina verso 
i Campi Elisi. — Ella lo guardò negli occhi senza 
mai rispondere. Ei non insistette altro. 

Erminia si era messa al piano , e tutti stavano 
intenti ad ascoltarla ; Maria non aveva occhi che 

Verga. Cavallerìa rusticana. 16 






242 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

per lei , anche quando li fissava vagamente nelle 
fantasie dell'ignoto, perchè era lei che le evocava 
quelle fantasie e l'affascinavi con essa: la sala 
intera splendida e calda fremeva di armonia. Erano 
di quei fatali momenti in cui il cuore si dilata 
con violenza dentro il petto e soverchia la ra- 
gione. 

Maria rabbrividiva dalla testa ai piedi, accasciata 
nella poltrona, colla fronte nella mano, e Polidori 
le sussurrava sul capo parole ardenti che le fa- 
cevano fremere come cosa animata i ricci dei ca- 
pelli sulla nuca bianca. La poveretta non vedeva 
più nulla, né la sala splendente, né la folla com- 
mossa, né gli occhi lucenti e penetranti di Ermi- 
nia, e si abbandonò a quel che credeva il suo 
destino, senza forza, coli' occhio vitreo, come una 
morente. 

— Sì! sì! mormorò con un soffio. 

Polidori si allontanò pian piano , per lasciarla 
rimettere, e andò a fumare la sua sigaretta nella 
sala del biliardo. 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 243 

La brezza del lago fece vacillare tutta notte le 
fiammelle dei candelabri posti sul caminetto di 
lei , che si guardava nello specchio per delle ore 
intere , senza vedersi , con occhi rissi , arsi dalla 
febbre. 



* * 



Il signor Polidori passeggiava da un pezzo pel 
viale deserto in un' ora mattutina che gli ricor- 
dava un convegno di caccia ; non si accorgeva 
del paesaggio incantevole per altra cosa che per 
sprofondarvi delle lunghe occhiate impazienti. Di 
tratto in tratto si fermava in ascolto , e rizzava 
il capo proprio come un levriere. Finalmente si 
udì un passo leggiero e timido di selvaggina ele- 
gante. Maria giungeva , e appena scorse Polidori, 
sebbene sapesse di trovarlo là , si arrestò all' im- 
provviso , sgomenta , immobile come una statua. 
Il suo fine profilo arabo sembrava tagliare il velo 
fitto. Polidori , a capo scoperto , si inchinò prò- 






244 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

fondamente , senza osare di toccarle la mano , né 
di rivolgerle una sola parola. 

Ella, anelante, turbata, sentiva per istinto quanto 
fosse imbarazzante il silenzio : — Sono stanca ! 
mormorò con voce rotta. — L' emozione la sof- 
focava. 

Così dicendo seguitò ad inoltrarsi pel viale che 
saliva serpeggiando per la china del monte, ed ci 
le andava accanto , senza parlare , soggiogati en- 
trambi da una forte commozione. Così giunsero 
ad una specie di monumento funerario. Maria si 
fermò ad un tratto appoggiando le spalle alla 
roccia e col viso fra le mani. Infine scoppiò in 
lagrime. Allora ei le prese le mani , e vi appog- 
giò lievemente le labbra, come uno schiavo. Al- 
lorché sentì finalmente che il tremito di quelle 
povere manine andava calmandosi, le disse piano, 
ma con un'intonazione ineffabile di tenerezza: 

— Dunque vi faccio paura ? 

— Voi non mi disprezzate ora ? disse Maria 
■ — Non è vero? 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 245 

Egli giunse le mani, in un' espressione ardente 
di passione ed esclamò : 

— Io ? Disprezzarvi io ? 

Maria sollevò il viso disfatto e lo fissò con 
occhi sbarrati , e colle lagrime ancora sul viso 
mormorava confusamente parole insensate: — È 
la prima volta !... ve lo giuro ! — Ve lo giuro, 
signore !... 

— Oh ! esclamò Polidori con impeto. — Per- 
chè mi dite questo ? a me che vi amo ? che vi 
amo tanto ! 

Quelle parole vibravano come cosa viva dentro 
di lei ; un istante ella se le premè forte colle 
mani dentro il petto , chiudendo gli occhi ; ma 
immediatamente le avvamparono in viso , come 
avessero compito in un lampo tutta la circola- 
zione del suo sangue, e le avessero arso tutte le 
vene. — Xo ! no ! ripeteva ; ho fatto male , ho 
fatto assai male ! sono stata una stordita. Crede- 
temi , signore! Non sono colpevole; sono stata 
una stordita ; sono davvero una bimba , lo di- 



246 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

cono tutti , lo dicono anche le mie amiche. — 
La poverina cercava di sorridere, guardando di 
qua e di là stralunata. — Ho bisogno che non 
mi disprezziate ! 

— Maria ! esclamò Polidori. 

Ella trasalì, e suirò indietro bruscamente, spa- 
ventata dall'udire il suo nome. Polidori chino di- 
nanzi a lei, umile, tenero, innamorato, le diceva : 

— Come siete bella ! e come è bella la vita 
che ha di questi momenti ! 

Maria si passava le mani sugli occhi e pei ca- 
pelli, confusa , smarrita , e s' accasciava su di se 
stessa, e ripeteva quasi macchinalmente: — Se sape- 
ste che affare grosso è stato l'attraversare il viale, 
quel viale che ho fatto tutti i giorni. Non avrei 
mai creduto che potesse essere così ! Davvero ! 
non credevo ! — E sorrideva per farsi coraggio , 
senza osare di guardar lui, abbandonata contro il 
sasso che le faceva da spalliera, tirandosi i guanti 
sulle braccia, ancora leggermente convulse, e se- 
guitava a chiacchierare a modo del fanciullo che 






IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 247 

canta di notte per le strade onde farsi coraggio. 
— Sono stata disgraziata ! sì , confesso che sono 
un cervellino strano ! Ho delle pazze tendenze 
per quel mondo che forse non è altro se non un 
sogno, un sogno di gente inferma, sia pure ! alle 
volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in 
cui viviamo ; sento il bisogno d'aria, di andarla q 
respirare in alto, dove è più pura ed azzurra. Non 
è mia colpa se non mi persuado di esser matta , 
se non mi rassegno alla vita coni' è , se non ca- 
pisco gli interessi che preoccupano gli altri. No ! 
non ci ho colpa. Ho fatto il possibile. Sono in 
ritardo di parecchi secoli. Avrei dovuto venire al 
mondo al tempo dei cavalieri erranti. — Il suo 
leggiadro sorriso aveva una melanconica dolcezza e 
s' abbandonava senz' accorgersene all' incanto che 
contribuiva a crearsi ella stessa. — Beato voi che 
potete vivere a modo vostro ! 

— Io vorrei vivere ai vostri piedi. 

— Tutta la vita ? domandò ella ridendo. 

— Tutta la vita. 



248 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

— Badate che vi stanchereste , gli rispose ga- 
iamente. Voi dovrete stancarvi spesso ! ripetè Ma- 
ria con uno sguardo che cercava di rendere ar- 
dito e sicuro. 

Polidori la trovava deliziosa nel suo imbarazzo 
— soltanto quell'imbarazzo si prolungava troppo. 

Prima di venire a queir appuntamento , neh" i- 
stante supremo di passar l'uscio, Maria aveva pro- 
vato tutte le pungenti emozioni che danno la cu- 
riosità dell'ignoto, l'attrattiva del male , il fascino 
dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con 
brividi arcani e irresistibili ; con una confusione 
tale di sentimenti e di idee, di impulsi e di ter- 
rore, che l'avevano spinta a precipitarsi nell'ignoto 
suo malgrado , in una specie di sonnambulismo , 
senza sapere precisamente cosa andasse a fare. Se 
Polidori le avesse steso le braccia al primo ve- 
derla, probabilmente ella si sarebbe spaccata la 
testa contro la rupe alla quale adesso appoggia- 
vasi mollemente , con abbandono. Ora , incorag- 
giata dal vedersi ai piedi queir uomo contrastato 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 249 

e invidiato , sentiva una deliziosa sensazione al 
contatto di quel muschio vellutato che le acca- 
rezzava le spalle; come le parole che egli le di- 
ceva tenere e ferventi le accarezzavano dolcemente 
r orecchio e se ne sentiva invadere mollemente , 
come da un delizioso languore. Egli era così gen- 
tile, così rispettoso e così buono ! non osava toc- 
carle la punta delle dita, e si contentava di sfio- 
rarla dolcemente col soffio ardente di quella 
passione che lo teneva prostrato dinanzi a lei 
quasi dinanzi a un idolo. Tutto ciò era senza 
ombra di male , e carino, carino. A poco a poco 
Polidori le aveva preso la mano , ed ella senza 
accorgersene gliela aveva abbandonata. Anche lui 
era sinceramente e fortemente commosso in quel 
momento, e cercava gli occhi di lei con occhi as- 
setati ed ebbri. Ella senza vederli ne sentiva la fiam- 
ma, non osava levare i suoi, e il riso le moriva 
sulle labbra ; non aveva la forza di ritirare le 
mani ad ogni nuovo tentativo che faceva , quasi 
il suono di quelle parole le addormentasse vaga- 



25O IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

mente in un sonno dolcissimo 1' anima e la co- 
scienza, la facesse entrare in un'estasi angosciosa ; 
Polidori non poteva saziarsi di ammirarla in quel- 
i'atteggiamento, abbandonata su di sé stessa, colle 
braccia inerti , la fronte china e il petto anelante, 
e infine esclamò con uno slancio di passione, sten- 
dendo le braccia convulse : 

— Come siete bella, Maria, e come vi amo ! 
Ella si rizzò di botto, seria e rigida, quasi sen- 
tisse dirselo per la prima volta. 

— Voi lo sapete che vi amo tanto ! da tanto 
tempo! ripeteva lui. 

Ella non rispondeva; curvando all' indietro tutta 
la persona, e a testa bassa, in atteggiamento so- 
spettoso, colle sopracciglia aggrottate, agitando 
macchinalmente le mani, come se cercasse farsene 
scherno contro qualche cosa , colle labbra pallide 
e serrate. Ad un tratto , levando gli occhi sul 
viso sconvolto di lui , incontrando quegli occhi , 
mise un strido soffocato, e si arretrò sino all'in- 
gresso di quella specie di monumento sepolcrale, 







IL COMF, IL QUAXDO ED IL PERCHÈ. 2j I 

bianca di terrore, difendendosi colle braccia stese 
da quella passione che 1' atterriva ora che vedeva 
cosa fosse , guardandola in taccia per la prima 
volta, balbettando : 

— Signore!.... signore!.... 

Egli ripeteva fuori di sé, supplichevole, in 
un'implorazione affascinante di delirio e d'amore: 

— Maria! Maria!.... 

— No! ripeteva costei smarrita, no!.... 
Polidori si arrestò di botto, e si passò due o 

tre volte la mano sulla fronte e Sugli occhi con 
un gesto disperato. Indi le disse con voce rauca: 

— Voi non mi avete mai amato, Maria ! 

— No! no! lasciatemi andare! ripeteva ella, 
quando Polidori s'era già allontanato. Signore!.... 



signore!. 



Polidori subiva suo malgrado la forte commo- 
zione di quell'istante, ed era tutto tremante an- 
ch'esso come quella povera ingenua. 

— Sentite, abbiamo fatto male! ripeteva ella 
con voce convulsa. Abbiamo avuto torto..., ve lo 



2J2 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

giuro, ve lo giuro.... Abbiamo finto male.... — e 
si sentiva venir meno. 

In quel punto, all'improvviso, si udì rumore 
fra le piante e lo scalpiccio di chi sopraveniva si 
arrestò poco lontano, come esitante. 

— Maria! chiamò una voce talmente alterata 
che nessuno di loro due la riconobbe: Maria! 

Polidori, ridivenuto l'uomo di prima da un 
momento all'altro, prese vivamente Maria per un 
braccio e la spinse pel viale da dove era venuta 
la voce, e in un lampo scomparve fra gli andiri- 
vieni del sepolcreto. Maria arrivando nel viale, si 
trovò faccia faccia con Erminia, pallida anch'essa, 
che cercava a fatica di dissimulare il suo turbamento, 
e voleva spiegarle qualche cosa, dandosi un' aria 
indifferente. Maria le piantò in viso certi occhi 
che avevano una strana espressione. 

— Che vuoi? le chiese soltanto, con voce sorda 
dopo alcuni istanti di un silenzio che sembrò eterno. 

— Oh! Maria!.... rispose Erminia, buttandole 
le braccia al collo. 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 253 

E fu tutto. Ritornarono indietro l'ima al fianco 
dell'altra, senza aprire bocca e a capo chino. Come 
furono in vista dell'albergo, sentirono tutte e due 
a un tempo di dover assumere un contegno. — 
Lucia mi aveva detto ch'eri scesa in giardino, disse 
Erminia, e ciò mi ha fatto venire il desiderio di 
fare una passeggili ta mattutina anch'io, col prete- 
sto di venire in traccia di te. 

— Grazie; rispose Maria semplicemente. 

— Però commincia ad esser troppo tardi per 
passeggiare. Il sole è già caldo. 

Maria infitti aveva preso un colpo di sole che 
l'aveva abbacinata e stordita. Era rimasta come 
scossa e turbata in tutto il suo essere. Alle volte 
macchinalmente si stringeva le mani, come per 
riconoscersi, o per cercarvi qualche cosa, un'im- 
pronta del passato, e chiudeva gli occhi. Quando 
incontrava degli sguardi curiosi, e tutti le sem- 
bravano curiosi, oppure quelli della sua amica, 
avvampava in viso. Stava rincantucciata nel suo 



254 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

appartamento il più clic poteva, e quindi molti 
credevano che fosse partita. La sola vista di Er- 
minia le faceya corrugare la fronte, e dava un 
non so che di fosco a tutta la sua fisonomia. 
Però era abbastanza donna di mondo per sapere 
dissimulare sino a un certo punto i suoi senti- 
menti, quali essi fossero. Erminia, che non ne 
era illusa, provava un vero rammarico. 

— Lo son sempre la tua Erminia, sai! le diceva 
ogni volta che poteva, scuotendole amorevolmente 
le mani. Io son sempre la tua Erminia, quella di 
prima! quella di sempre! 

Maria sorrideva a fior di labbra, gentile e di- 
stratta. 

— Hai torto, vedi! ripeteva Erminia.... Ti in- 
ganni!.... t'inganni, se credi che io non ti voglia 
più il bene di prima! 

Ella aveva infatti delle sollecitudini materne per 
la sua Maria, delle sollecitudini che soventi indi-* 
spettivano costei, come se prendessero l'aspetto di 
una sorveglianza amorevole e discreta. Un giorno 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 255 

Erminia la sorprese mentre stava incominciando 
una lettera; e le domandò semplicemente se suo 
marito le avvesse scritto; la domanda veniva cosi 
male a proposito , che Maria fu quasi per arros- 
sire, come se fosse stata nel punto di dover ri- 
spondere una bugia. 

— No! mio marito non mi guasta tanto. È 
troppo occupato. 

— Sì, è troppo occupato! affermò Erminia senza 
rilevare l'ironia della risposta, è seriamente occu- 
to. Affoga negli affari, poveretto! 

— Che dici mai? se sono la sua passione, Tu- 
nica sua passione! 

— Lo credi? domandò Erminia, fissandole in 
faccia quei suoi occhioni acuti. 

— Ma sì! rispose Maria con un risolino che 
le contraeva gli angoli della bocca, e aggiunse 
ancora, come correttivo: — Non ho alcun mo- 
tivo di esser gelosa però. Mio marito non giuoca, 
non va al caffè, non è cacciatore, non ama i cavalli, 
non legge che il listino della Borsa — nulla, ti dico! 



2)6 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

— È vero ; non ama che te ! 

Maria inchinò il capo con un sorrisetto con- 
traffatto; ma non aggiunse verbo per un pezzo, 
e poi, amaramente: 

— Avete ragione, sono anche un'ingrata! 

— No, non sei ingrata; sei una donnina viziata, 
una testolina guasta, che vede falso in molte cose 
e che non ci vede in certe altre. Il solo torto di 
tuo marito è di non averti aperto gli occhi sul 
gran bene che ti vuole. 

— Fortunatamente che ha incaricato te di dir- 
melo. 

— Sì, io clie ti voglio bene, anch'io! bene 
davvero!.... Vuoi che partiamo domattina? 

— Oooh! 

• — Ti rincresce? 

— No, mi sorprende soltanto la risoluzione 
improvvisa, così come si fa nelle commedie , pel- 
le ragazze che hanno abbozzato un romanzetto.... 

— Scusami; ti ho proposto di venire con me... 
Ma se vuoi restare.... 







— No, voglio venire anch'io. Solamente biso- 
gna trovare un pretesto plausibile, per non far 
pensare al romanzo a tutti i curiosi che ci ve- 
dranno ordinare così in furia le nostre valigie. 

— Il motivo è bello e trovato, tanto più che 
è il motivo vero. Io vado ad incontrare mia suo- 
cera che arriva domani da Firenze, e tu natural- 
mente vieni con me, per non rimaner sola a Villa 
d'Este. 

— Benissimo! E giacché dobbiamo partire, più 
presto' sarà, meglio sarà. Desidero andare col primo 
treno. 

Partirono infatti di buon mattino. A lei scop- 
piava il cuore passando dinanzi a quelle finestre 
chiuse, sulle quali l'ombra dei grandi alberi dor- 
miva tuttora, uscendo da quel viale deserto, ove 
si era aggirata fluitasti can do tante volte. 

Il lago, nella pace di quell'ora, aveva un in- 
cantesimo singolare, e ogni menomo particolare 
del paesaggio si animava, sembrava che fosse vis- 
suto con lei, le si stampava neh' intimo del cuore 

Verga. Cavalleria rusticana. 17 



2j8 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 

profondamente. Appena fu nei vagone aprì il li- 
bro che aveva portato apposta, e vi nascose il viso 
e gli occhi pieni di lagrime. Erminia seppe non 
avvedersi di nulla, ed ebbe l'accortezza di lasciarle 
assaporare voluttuosamente il dolore del distacco. 
Alla stazione trovarono la carrozza di Erminia, 
la quale volle accompagnare l' amica sino a casa. 
— Rinaldi non è a Milano — le disse rispondendo 
al movimento di sorpresa che aveva fatto Maria 
non trovando nessuno ad aspettarla. È andato a 
Roma. 

— Senza scrivermelo! senza lasciarmi una pa- 
rola! mormorò Maria. 

— Sì, ha scritto. La lettera deve averla mio 
marito. 

Ma subito s'interruppe, perchè cominciava a 
spaventarsi dell'agitazione che si andava manife- 
stando sul viso di Maria. — Infine, le disse, tosto 
o tardi devi pur saperlo. Rinaldi è corso a Roma 
per regolare degli affari.... Sai,... quando si è lon- 
tani non vanno sempre come dovrebbero andare. 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 259 

Tuo marito era inquieto. Colla sua gita accomo- 
derà tutto. 

— Cos'è stato? balbettava Maria, turbata mag- 
giormente da quell'annunzio perchè la sorprendeva 
in quel momento. Cos'è avvenuto? 

— Non ti spaventare; tuo marito sta bene. È 
accaduto che uno dei suoi debitori è fallito. Que- 
stione di denaro. 

— Ah! disse Maria respirando; e un'ombra d'i- 
ronia le tornò sul viso. 

Suo marito sembrava che facesse apposta onde 
giustificare il sorrisetto amaro di lei. Era così 
preoccupato del suo affare che non aveva più testa 
per nessun' altra cosa al mondo. Passarono parec- 
chi giorni senza che ei si facesse vivo altrimenti. 
Alla fine arrivò un telegramma che mise in grande 
costernazione il socio di lui, il quale partì subito 
per Roma. 

— Oh! esclamò allora Maria con quell'intona- 
zione pungente che le era divenuta abituale da 



260 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHE. 

otto giorni. Ma dev'essere proprio un affar serio ! 
Del resto per mio marito sarà sempre un affar 
serio. Vuol dire che il mio posto in questa cir- 
costanza, sarebbe vicino a lui. Non me lo dice; 
ma si capisce che non me ne ha scritto nulla per 
delicatezza. E giacché il socio è andato a raggiun- 
gerlo, dovrei partire anch'io. 

Malgrado la leggerezza che ostentava, fu sor- 
presa, e rimase inquieta osservando che Erminia 
approvava il suo progetto. Per un istante un'idea 
nera le si affacciò alla mente e le scolorò il viso; 
ma subito dopo tornò a ridere nervosamente come 
prima. 

— Se mio marito non mi avesse ben avvezzata 
a lasciarlo fare un po' a suo modo, ci sarebbe 
davvero di che spaventarsi. 

— Spaventarsi di che ? di fare un viaggio sino a 
Roma? nella bella stagione, e nel paese più bello?... 

— Hai ragione; sarà quasi come andare in vil- 
leggiatura. Tanto, Roma o la Brianza è lo stesso. 
E tu non torni a Villa d'Este? 



IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 26 1 

— No. 

— Oh!.... 

— Accompagno mia suocera a Firenze. 

— Che peccato!.... parlo di Villa d'Este, perchè 
ci dev'essere una brillante compagnia in questo 
momento. Sei proprio una brava figliuola, dovrebbe 
dirti tua suocera. 

La sera stessa partì per Roma; ma era in uno 
stato febbrile che non sapeva spiegarsi, e la sua 
inquietudine aumentava avvicinandosi al termine 
del suo viaggio che le parve eterno. Trovò suo 
marito tanto mutato in cosi breve tempo, che al 
primo vederlo ne fu quasi spaventata. Rinaldi le 
strinse le mani con effusione; ma sembrò più che 
sorpreso del suo arrivo improvviso. Egli era così 
sconvolto che non faceva altro che ripeterle: — 
Perchè sei venuta? Perchè venire?.... 






2É)2 IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 



— Non avevo mai visto mio marito cosi! di- 
ceva Maria ad Erminia alcuni mesi dopo, la prima 
volta che la rivedeva dopo che era tornata a Mi- 
lano. Non credevo che la flsonomia di quell'uomo 
potesse destare tale impressione , né che egli sa- 
pesse dire di quelle parole , né che la sua voce 
avesse di quei suoni che vi sconvolgono l'anima 
da cima a fondo. Non l'aveva mai visto così! 

Anch'essa era molto mutata, la povera Maria ! 
aveva una ruga impercettibile fra le sopracciglia, 
che solcaya finamente il cano dre purissimo della 
sua fronte, e alle volte stendeva come un'ombra 
su tutta la sua flsonomia. 

— Sì: sono stati giorni terribili, mi par di 
sentirmeli ancora dentro il petto, come un gruppo 
nero, come una fitta dolorosa che mi è quasi 
cara, tanto è profonda e radicata. Ormai hanno 







IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 263 

stampato in me un'orma cosi indelebile che non 
potrei scancellarla senza farmi male. Che momento, 
quando sorpresi mio marito colla pistola in pu- 
gno ! che momento ! E come ebbi la forza di 
avviticchiarmi a lui per impedirgli di morire 
— giacché egli voleva morire, me lo ha detto 
dopo. Non aveva il coraggio di dirmi che non 
poteva più comperarmi né cavalli, né palco alla 
Scala, né gioielli, nulla! e piangeva, come pian- 
gono certi uomini che non hanno pianto mai , 
con quelle lagrime che vi scavano un solco den- 
tro all'anima. Quante cose mi son passate in un 
lampo per la testa in quel momento in cui sen- 
tivo contro il mio quel cuore che batteva ancora 
per me, e per me sola! e contro il quale nascon- 
deva il viso che ardeva!... Tu sei stata assai gen- 
tile a venirmi a trovare ora che sono salita a un 
quarto piano. Tu sei stata molto gentile! 

— Ma tu non lo sei gran fiuto, cara Maria, 
facendomi di questi ringraziamenti. Vuol dire che 
non avevi una bella opinione di me! 



264 IL COME, IL QUANDO E D IL PERCHÈ. 

— No! ma che vuoi? quando si son viste tutte 
le cose che ho viste!.... e poi la disgrazia ha que- 
sto di peggio , che ci rende ingiusti.... Figurati 
che quando era corsa la voce che io fossi vedova!... 
mi ha fatto un certo senso il vedere che a nes- 
suno fosse venuto in mente che ero rimasta senza 
appoggio, laggiù a Roma.... nessuno di quelli che 
dicevano di avere per me tanta amicizia! Ma non 
mi lagno, sai! Avevo torto verso di te poi, ti 
voglio sempre bene! 

Esitò alquanto e infine le buttò le braccia al 
collo con impeto. 

— Perdonami! perdonami! Sono stata ingiusta 
contro di te , contro di tutti! Ho avuto torto 
tante volte! 

Erminia le ricambiava la stretta, assai commossa 
anche lei, ma senza risponder verbo. 

— Ero folle! mormorò dopo un'altra esitazione, 
col viso contro il petto di Erminia. Ora non ci 
penso più. 

— Ed io non ci ho mai pensato, disse alfine 






IL COME, IL QUANDO ED IL PERCHÈ. 265 

Erminia ridendo al suo solito, ma con grande sin- 
cerità di viso e di accento. 

Maria rizzò il capo vivamente e le piantò in 
faccia due occhioni fiammeggianti: — Mai pensato? 
mai? 

— Mai. 

— Ma allora.... allora non l'ho amato nemmen 
io! No! davvero? Mai! 



FINE. 







INDICE 



Cavalleria rusticana Pag. x 

La Lupa 17 

Fantasticherie 29 

Jeli il pastore 47 

Rosso Malpelo 117 

L'amante di Gramigna i53 

Guerra di santi 173 

Pentolaccia • . 195 

Il come, il quando ed il perchè. ......... 209 






. 



MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI — MILANO 

* I FIORI * 

Parte Prima: 

FIORI DI PRIMAVERA 

DIECI TAVOLE ORIGINALI 

DI 

-* TITO CHELAZZI •«■ — 

riprodotte in cromolitografia 
CON TESTO ILLUSTRATIVO DI 

PIETRO GOEI fi ANGELO PUCCI 

per la storia, letteratura e varietà per la coltivazione e riproduzione 



Il primo pittore fiorista che vanti adesso l'Italia, Tito Chelazzi, 
ha trasfuso col magico suo pennello, nelle dieci tavole racchiuse 
in questo volume, la vivacità, la grazia , il mirabile colorito di 
quei fiori . di quei fiori che hanno posato , profumati e freschi, 
ad uno ad uno dinanzi a lui , là nella quiete del suo studio, e 
che ora giacciono polvere dimenticata , mentre le loro imagini 
fissate dal pennello su queste tavole sfideranno chi sa mai quanti 
inverni ! Ogni fiore è soggetto di una accurata monografia. Perciò 
questa pubblicazione, che è l'unica nel suo genere, è raccoman- 
dabile non solo alle signore e ai dilettanti di fioricoltura , ma 
ben anche alle ricamatrici , agli amanti del dipingere ed agli 
stessi pittori perchè, indipendentemente dal resto, troveranno in 
quelle tavole i veri modelli dei non pochi fiori che rendono la 
Primavera la più bella delle stagioni. 



Magnifico album in-folio su carta di gran lusso 
LIRE QUINDICI. 

Il professor CHELAZZI ha già avuto dalla Casa Treves la 

commissione di approntare altre 10 tavole per i FIORI D'ESTATE, 

clic saranno riprodotte a colori e illustrate cogli stessi metodi 

dai professori P. GOBI e A. PUCCI. 

Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



MILANO — FRATELLI TREVES, EDITOR I — MILANO 

STORIA D'ITALIA 

narrata da F. BETTOLINI e illustrata da L FOGLIAMI ed E. NATANIA 

È completo il 

MEDIO EVO 

dalle invasioni barbariche fino a tutto il ijoo 

ILLUSTRATO DA 

LODOVICO POGLIAGHI 



Qui, il nostro illustre storico espone, come sia venuto for- 
mandosi per le invasioni barbariche il nuovo popolo italiano ; 
come in mezzo all'attrito fra due stirpi e due civiltà, sorgesse, 
la Chiesa fortificata; e come, in mezzo ad altro grande attrito. 
sorgesse la creazione più feconda e più civile del Medio Evo, il 
Comune. Col racconto dei fatti politici intreccia quello dei fatti 
morali, dando particolare sviluppo agli eventi che risguardano 
la coltura. — Il volume venne riccamente illustrato da Lodo- 
vico Pogliaghi, l'artista ormai celebre per le sue scene romane, 
e che ha fatto lunghi e coscienziosi studi artistici per far rivi- 
vere col pennello il Medio Evo nei suoi costumi, nei suoi per- 
sonaggi, nei suoi edifizi. 

Infatti le composizioni del Pogliaghi che ornano il volume sono 
giudicate veri quadri storici. Dai mosaici di Ravenna egli trasse 
le vesti dei personaggi dei bassi tempi. Ricostituì, secondo i dati 
storici e l'erudizione, la casa di Teodorico a Ravenna, che subì 
manomissioni tali da svisarla in buona parte. Fece diligentis- 
simi calchi da avorii dove qualche esarca è raffigurato netta- 
mente ne' suoi costumi, sul suo soglio. Dalle miniature del tempo 
trasse poi molto; così dalle cronache che si conservano nelle bi- 
blioteche. Non e' è chiesa, via, portico medioevale, statua o 
frammento di statua famosa, che non abbia ritratto. Così le il- 
lustrazioni del Pogliaghi hanno il valore di documenti, oltre ad 
esser quadri bellissimi che ci presentano in modo pittoresco i 
momenti più drammatici del Medio Evo. 



Un volume in-4 grande di 680 pagine 

illustrato da 82 grandi quadri e 36 incisioni nel testo 

Lire Quarantacinque. - Legato in tela e oro: Lire Sessanta. 

Dirigere .commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - MILANO 

STORIA D'ITALIA 

narrata da F. BERTOLINI e illustrata da L. POGLIAGHl ed E. NATANIA 



STORIA di ROMA 

dalle origini italiche fino alla caduta dell' Impero Romano 

e l'invasione dei barbari 

illustrata da LODOVICO POGLIAGHl 



Un magni f. voi. di 1060 pag. m-8 con 230 disegni: L. 30. 

Quest'opera insigne sia dal lato letterario sia dal lato artistico, ottenne il 
premio del Consiglio superiore di istruzione pubblica dietro la relazione 
dettata da M. Amari, che rilevò la novità e lucidezza della narrazione, la 
dottrina storica su cui essa poggia ; encomiò pure i disegni che la illustrano. 

L'opera ebbe un sì grande successo che da molte parti ci venne chiesta una 

ristampa in formato più grande, come l'altro volume da tempo compito, del 

Risorgimento, e come quello del Medio Evo or ora terminato. 

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forma un magnifico volume di 700 pagine, con carta di gran 

lusso, illustrato da 231 composizioni di Lodovico Pogliaghi. 

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illustrato da EDOARDO MATANIA 



Per essere fedele alla storia nelle sue composizioni, il Matania ha 
fatto le più diligenti ricerche nelle pinacoteche, nei musei, nelle 
gallerie, e perfino nelle collezioni private dall'uno all'altro estremo 
d'Italia. Queste ricerche gli permisero di concepire ed eseguire dei 
quadri stupendi, che, oltre strappare 1' ammirazione pel lavoro 
d'arte, colpiscono per la fedele, giusta interpretazione dell'ambiente 
e dei soggetti, delle persone e delle cose. 

Un magnifico voi. in-4 gr. di 720 pag. con 96 grandi quadri di E. Matania. 
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